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I piaceri di una domenica a Milano e la bellezza del tempo che passa

Ho passato un piacevolissimo week end milanese di riposo e mi sono davvero goduta la mia città, nonostante il freddo. Per molti anni ho cercato di scappare da Milano, appena arrivava il venerdì. Negli anni dell'università tornavo dai miei, sul lago, oppure, soprattutto appena ho iniziato a lavorare, andavo a sciare, d'inverno, o al mare, appena arrivava il caldo. Per molti anni ho considerato restare a Milano nel week end una iattura, una cosa, passatemi il termine, da sfigati. Che sciocca sono stata, per molti anni. Mi perdono, ovviamente. Primo, perché non voglio aggiungere un rimpianto, quello di non essermi goduta di più Milano, a una lista che ne contiene di ben più sostanziosi. Secondo, perché si tratta di tempo e occasioni perdute che ho iniziato da molto a recuperare. Terzo, perché passare tempo con i miei genitori, andare a sciare o al mare non è stato poi così male…

Quello appena trascorso, dicevo, è stato un piacevolissimo week end milanese. Sabato sono andata al supermercato, ho fatto una spesa abbastanza intelligente e ho ritirato una splendida grattugia conquistata grazie a una scientifica scelta dei prodotti che mi permettono di accumulare punti fragola dell'Esselunga. Prima soddisfazione del week end. Poi sono andata a trovare due amiche che non vedevo da un po' e ho portato loro i biscotti fatti con gocce di cioccolato acquistate a Los Angeles e un altro tipo, alle nocciole, fatti con una nuova ricetta. Una sorta di "brutti e buoni" rinforzati che mi sembra abbiano molto gradito. Poi sono andata da High Tech, uno dei miei negozi preferiti di Milano, e ho comprato alcuni attrezzi da pasticceria sui quali avevo messo gli occhi da tempo: un misuratore di temperatura per il forno; un set di misuratori americani ideali quando si seguono le ricette originali con quelle strane indicazioni "one teaspoon of honey… half a cup of milk, three cups of flower" ecc; una mini tortiera made in Germany a forma di cuore; due griglie per far asciugare i biscotti appena sfornati e altre piccole cose. Il tutto utilizzando un buono sconto (-20% su tutto) che mi avevano dato in luglio e che sono riuscita miracolosamente a conservare. Uscita da High Tech, accompagnata da un pazientissimo "scudiere", sono andata a trovare un'altra amica che ha una piccola gioielleria insieme al padre e poi ancora, all'Orto Botanico, in via Solferino, a comprare dell'olio essenziale, e in uno dei miei negozi preferiti di Brera, Officina Slowear. Un negozio che non ha niente da donna, ma dove è bellissimo entrare perché è arredato quasi come fosse una casa e i commessi sono gentilissimi. Per le strade c'erano molte persone e una discreta quantità di loro aveva dei sacchetti in mano, comincia a respirarsi aria di Natale, forse. C'è movimento, energia e voglia di shopping, mi sembra. Ma, come mi ha detto il sempre brillante Remo Ruffini di Moncler, settimana scorsa, Milano c'entra poco con l'Italia, non ne è sicuramente lo specchio. "Vorrei che tutte le città italiane fossero come Milano, dal punto di vista della ripresa economica. Non sono preoccupato per Milano, ma per tutto il resto dell'Italia".

Finito il nostro window shopping, inframmezzato, come ho detto, di saluti ad amici, un tè caldo qua e là per scaldarci, e acquisti di varia utilità, abbiamo evitato di tuffarci in corso Vittorio Emanuele, dove di sabato non si riesce a camminare, e io sono tornata a casa camminando per via Larga e poi verso corso XXII Marzo. Sono passata davanti alla Sormani, la biblioteca dove da studentessa andavo spesso. Un posto magico, come tutte le biblioteche e affascinante anche dall'esterno, specie di sera, quando il traffico sparisce e viene solo parzialmente illuminata. Poco più in là, il nostro palazzo di Giustizia, un esempio di imponente architettura fascista che, specie quando è chiuso, ha un suo perché. Si impone, ha una sua autorevolezza, sulla facciata ci sono sempre i ritratti di Falcone e Borsellino e quelle lunghe scale e le scritte in latino incutono rispetto, fanno pensare che la giustizia forse esiste davvero, almeno come idea.

A casa ho trovato le mie gatte un po' affamate ma come sempre felici di vedermi e insieme abbiamo guardato un paio di episodi di Law and Order e poi siamo andate a dormire. Prima di crollare ho fatto in tempo a leggere l'inizio del nuovo libro di Tom Wolfe, tutto dedicato a Miami. Una sorta, parrebbe di capire, di Falò delle vanità in salsa Florida. Non sono mai stata a Miami, ma è sicuramente un posto dove stanno succedendo molte cose, anche dal punto di vista della moda, del design e dei nuovi modelli di retail. Come mi ha ricordato settimana scorsa Michael Burke, ceo di Louis Vuitton. Sei anni fa, quando era ceo di Fendi, Burke contribuì a creare e promuovere la trasferta americana di Art Basel, che si svolge appunto a Miami all'inizio di dicembre. Insieme alla fiera, Burke e altri decisero di investire anche nel retail e – nella sorpresa generale – adesso una parte di Miami, ribattezzata "design district", è diventata una delle destinazioni più ambite dai marchi del lusso che vogliono aprire in Florida. "Quando abbiamo pensato al progetto – mi ha raccontato Burke – tutti reagivano come fossimo pazzi. In America lo shopping si fa nei mall, se proprio si vuole se ne può sempre costruire uno nuovo. In Florida la terra non manca e neppure gli immobiliaristi. Noi invece abbiamo pensato che la gente potesse anche essere stufa di grandi mall e che forse fosse pronta per un'esperienza di shopping più europea, più concentrata in un'area viva, vera, come le vie di una città. Se poi c'è anche un tocco di design, ancora meglio". L'esperimento, l'intuizione, pare abbia funzionato. Ora tutti vogliono aprire nel design district di Miami (Zegna lo farà entro l'anno, ad esempio, come mi ha detto Gildo Zegna a Los Angeles). Sono curiosa di sapere se Tom Wolfe parla anche di questo. Tra l'altro il tema Miami e nuovi modelli di shopping l'abbiamo toccato anche con Eraldo Poletto, illuminassimo ceo di Furla, che ho incontrato a Londra per l'inaugurazione del nuovo negozio di Regent Street. Mi ha spiegato come lui veda un parallelo tra i nostri multimarca e i rispettivi proprietari (apprezzati e invidiati da tutti, sono una particolarità italiana, una delle molte) e i mega mall asiatici con rispettivi landlord. Come i proprietari di multimarca cercano di avere, all'interno dei loro negozi, una scelta di marchi che comprenda sia brand classici sia brand di ricerca, per stupire, incuriosire ma sempre soddisfare i clienti, i landlord asiatici vogliono, all'interno dei loro grandi shopping center, i brand del lusso ma anche marchi più piccoli, ancora poco conosciuti o addirittura ignoti. Per le stesse ragioni: i consumatori vogliono essere sorpresi, cercano anche cose che non hanno mai visto. Interessante! Soprattutto per i tantissimi marchi italiani che sono ancora indipendenti, sono rimasti specialisti, artigianali nella produzione ma che ovviamente non possono competere con i grandi gruppi del lusso quando si tratta di andare all'estero.

Sto divagando, as usual. Torniamo a Milano.

Domenica ho fatto due cose altrettanto piacevoli: sono andata, sempre accompagnata dal mio fido e paziente scudiere, al mercato dell'antiquariato dei Navigli e a un incontro con Tullio Pericoli e Matteo Codignola di Adelphi sull'ultimo libro di Pericoli, Paesaggi (recensito tra l'altro ieri sul Domenicale del Sole 24 Ore da Salvatore Settis), un libro di cui ho già parlato in questo blog. 

Al mercatone ho subito come sempre il fascino di tutto ciò che ha una storia, oggetti ai quali, acquistandoli o magari solo guardandoli, ho forse l'impressione di dare un'altra vita ancora. Oggetti migliorati dal tempo. Spesso vediamo (io per prima!) il tempo come un nemico, come ho scritto all'inizio a volte sono ossessionata dai rimpianti, dal fatto che non si può cambiare il passato, che siamo imprigionati nel presente… Quando vedo il bello del tempo che passa sono felice, mi riconcilio persino con il mio passato, come per magia. Ed è una bellissima sensazione.

Anyways, al mercato ho comprato un'altra (ebbene sì…) borsa fatta con vecchi tappeti persiani dal mio nuovo amico Shiraz (anche di lui ho già scritto); un gatto in ceramica, sempre persiano; un vecchio stampo per burro in legno; un tagliere altrettanto vecchio e una scatolina per sale in legno e ceramica. Ma ho adocchiato tantissime altre cose: una forma per cappelli, due forme per scarpe (tutto sempre in legno vissutissimo e tarmato…), antichi stampini per budini, tappeti e vecchi rocchetti… Sono riuscita a non spendere troppi soldi anche perché, per la seconda volta in pochi giorni, sono stata borseggiata. "Sei recidiva", mi ha detto mia mamma, alludendo al fatto che non sto abbastanza attenta a chiudere bene la borsa. "Sono i ladri a essere recidivi", le ho detto sorridendo. Questa volta mi hanno rubato "solo" un po' di soldi, ho cercato di non farmi troppo turbare. Era così una bella giornata (abbiamo persino mangiato un'insalata all'aperto, perché a dispetto dell più fosche previsioni meteo il tempo a Milano è stato clementissimo"), pazienza per il borseggio. Che, volendo proprio vedere il bicchiere mezzo pieno, mi ha salvata dal fare troppi piccoli acquisti di impulso. Oggetti ne ho fin troppi in casa!

Dopo il mercato siamo andati verso il Castello Sforzesco, una delle molte sedi della manifestazione Book City Milano (www.bookcitymilano.it), che ha animato la città da giovedì a ieri. Centinaia di incontri che hanno attirato non so quante persone… Dimostrando, se mai ce ne fosse bisogno, quanta curiosità intellettuale abbiano le persone, quanto sarebbe semplice offrire validissime alternative alle orrende trasmissioni domenicali, che ubriacano di volgarità e banalità, quando invece in tantissimi sono pronti a ricevere ben altri stimoli per il cuore e la mente. 

Arrivare al Castello con la luce del tardo pomeriggio, restare come sempre ammirata di fronte alla sua bellezza e maestosità… e poi vedere le persone già in coda per l'incontro – pochissimo pubblicizzato – delle 16.30 con Pericoli. Sensazioni impagabili, iniezioni di ottimismo. 

Ho preso tanti appunti, nell'oretta in cui Tullio e Matteo hanno parlato di Paesaggi. Perché adoro prendere appunti (mi aiuta anche a stare attenta!) e perché hanno detto cose molto interessanti. I disegni raccolti nel libro (quasi 400) coprono oltre 40 anni di percorso artistico. E i testi sparsi qua e là – ha spiegato Pericoli – sono letture fatte durante un più o meno analogo periodo di tempo. Un libro bellissimo, insomma, che solo il passare del tempo ha reso possibile. E per la seconda volta nella giornata ho avuto la percezione di quanto sia importante il passato, nel creare cioò che siamo. E di quanto sia importante avere uno sgaurdo saggio su ciò che è stato. La saggezza esclude il rimpianto, che è come una zavorra su quello che possiamo ancora fare, pensare, essere, nel poco o tanto tempo che abbiamo davanti.

Pericoli ha spiegato, tra le molte cose, come negli anni abbia "rubato" ad altri artisti, dopo averli guardati, studiati, amati. "Anni fa ho fatto persino una mostra, intitolata "Rubare a Klee", per spiegare quanto l'opera di questo artista mi abbia influenzato. Non ho mai cercato, però, di fare quadri "alla manieria di". Ho guardato gli artisti senza seguire i loro percorsi. Li ho studiati a modo mio, non a tavolino, per così dire. Sono diventati parti della mia opera, ma non potrei dire esattamente perché. Nell'arte, rubare è un'arte nobile. A patto, come diceva Calvino, che si facciano "furti con scasso", dettati da grande passione, eseguiti con energia e convinzione, non tanto per fare…".

Matteo Codignola ha detto a Pericoli che molti paesaggi naturali (nel libro ci sono anche paesaggi urbani) danno una sensazione di calma, tranquillità, pace… Tullio ha risposto che è contento di questo effetto, ma ha avvertito, nel suo tono altrettanto tranquillo: "Sotto quelle coperte verdi, sotto quelle imponenti ma dolci colline, può esserci grande tumulto, energia, fermento. Anch'io sembro calmo, credo. Ma vi assicuro, dentro di me – e sotto i miei disegni – c'è tanta frenesia". Questa "tempesta sotto la superficie" era il tema di un'altra mostra di Pericoli, Moby Dick, che si ispirava proprio al movimento della grande balena. Passa la maggior parte del tempo sotto la superficie, non la vediamo se non quando emerge. Ma è sempre stata lì.

Quando il mio scudiere ha chiesto a Pericoli cosa si aspetti dal suo editore, c'è stata una meravigliosa dichiarazione d'amore per i libri in generale, oltre che per Adelphi. "Con gli anni ho capito che fare un libro è molto meglio che fare una mostra. Fare un libro, specie con Adelphi, è semplice e divertente. Fare una mostra è complicato e non divertente. Un libro si fa, si pubblica e poi chiunque può sfogliarlo, entrando in una libreria, e poi se vuole comprarlo, leggerlo. E' fatto per persone come me, che pagano un biglietto per vedere un film che hanno scelto o vanno a teatro per uno spettacolo che li ha incuriositi. Ho l'impressione di avere un'affinità, un legame, con chiunque compri un mio libro. Chi sono invece le persone che comprano i miei quadri? Non li conosco, non so cosa li animi, non capisco i loro gusti…" La nemmeno tanto velata all'attuale "sistema dell'arte" era evidente, ma Pericoli non si è spinto oltre, forse un giorno ci tornerà e se ci sarò, racconterò. 

Codignola ha aggiunto cosa un editore si aspetta da un autore. "Vorremmo essere scossi dal torpore in cui siamo immersi, vorremmo qualcosa di originale, che non assomigli ad altri libri già pubblicati… I libri che ci propone Tullio sono proprio così ed è un piacere lavorare con lui."

Uscendo dalla sala del Castello dove si è tenuto l'incontro abbiamo lasciato Pericoli ad autografare copie del libro. Pensavo scioccamente che all'incontro di ieri ci sarebbero stati molti suoi amici, persone che gravitano intorno all'Adelphi e che vedo spesso alle presentazioni o alle inaugurazioni. C'erano, certo. Ma c'erano soprattutto volti sconosciuti, cultori dell'opera di Pericoli (uno dei pochi artisti che conosco che, se vuole, sa parlare della sua opera), del suo universo visivo e di tutto quello che c'è dietro. Persone che sanno ascoltare, che probabilmente hanno l'impressione di conoscerlo come lui ha l'impressione di conoscere loro. Persone che di mettono in coda per sentirlo parlare e poi per farsi autografare il libro. Persone – chissà quante ce ne sono sparse per Milano, l'Italia, il mondo – che amano la parola scritta e quella parlata, che cercano, nei libri e negli incontri con gli autori, piccole grandi emozioni. Per fare piccoli grandi viaggi di scoperta, per viaggiare anche restando a Milano, per sentirsi vivi, insomma. Come mi sono sentita io ieri.

  • Maria |

    Bellissimo finesettimana milanese. Io lo ripeto spesso: Milano è una città viva e meravigliosa, purtroppo è ancora oppressa dai pregiudizi, i cui primi a credere sono proprio i milanesi.

  • Giulia Crivelli |

    @giannino
    che incontro hai visto? ce n’erano veramente veramente tanti! comunque è vero, forse anche complice la famigerata crisi sono sempre di più i milanesi che restano in città nel week end. o in agosto (altro periodo bellissimo per godersi milano)

  • Giulia Crivelli |

    @luigi
    hai ragione, new york potrebbe essere come milano, fatte le debite proporzioni. le cose stanno un po’ cambiando, comunque, rendendo la vita in città nei week end sempre più piacevole. la panettiera vicino a casa mia ad esempio ha iniziato ad aprire la domenica e ha un grande successo. poi ci sono le librerie, i supermercati, tanti posti che offrono brunch particolari! il mio sogno è aprire un cat-literary-cafe sull’esempio di dei cat cafe di tokyo e dei cafe letterari parigini. credi che avrei successo?

  • giannino |

    io sono milanese da 53 anni e tanti fine settimana li passo a milano, es. domenica 24/11 sono stato al museo del duomo e poi sono andato ad una conferenza di book city… c’era tanta gente ma veramente tanta… bisogna sfatare anche questo luogo comune: i milanesi scappano il fine sett.

  • Luigi Rosa |

    Anni fa io e la mia compagna abbiamo conosciuto una coppia di americani che abitavano a Milano perché lui stava facendo una ricerca sui laser con l’Università di Milano. Ci vedevamo spesso perché eravamo tra le poche coppie di loro amici in cui entrambi parlano correntemente inglese ed avevamo molti interessi in comune.
    Un giorno, parlando di Milano, queste persone mi dicono: “Milano è un po’ come New York, ma i Milanesi sono diversi dai Newyorkesi. A New York la gente nel weekend si gode la città, qui il venerdì i Milanesi non vedono l’ora di fuggire. Peccato.”

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