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Visitare Villa Necchi, sognare l’armadio infinito e riconciliarsi con le sensazioni negative della settimana

Non so perché questa settimana non mi siano venute buone idee per un post. Potrei dire che la mia mente giornalistica, per così dire, è stata dominata da Moncler (chi lo desidera può leggere la lunga intervista pubblicata oggi sul Sole 24 Ore a Remo Ruffini, presidente e direttore creativo dell'azienda). E' stata la settimana degli annunci e delle notizie finanziarie, su Moncler: ok della Consob alla quotazione (martedì), pubblicazione del prospetto informativo (600 pagine venute pronte mercoledì sera), analisi e commenti sul prospetto informativo da parte della comunità finanziaria (giovedì), stesura dell'intervista a Ruffini (credo di non aver mai scritto un articolo così lungo per il Sole…). Sì, potrei dire che non ho avuto buone idee per un post perché è stata una settimana complicata e impegnativa, in redazione. 

Ma credo ci sia anche dell'altro. La mia testa e soprattutto le mie emozioni erano come bloccate da una sorta di cappa di pessimismo paralizzante per via di due vicende che mi hanno molto colpita, perché riguardano un tema che mi sta molto a cuore: il rapporto tra generazioni e in particolare tra padri e figli (figli in senso reale e figurato). Le vicende sono quella della famiglia Caprotti, con lo scontro tra il fondatore di Esselunga Bernardo, 88 anni, e i figli avuti dal primo matrimonio. Lunedì sul Corriere della Sera Mario Gerevini ha pubblicato un elenco di tutte le donazioni milionarie fatte da Caprotti a famigliari e collaboratori. Il giorno dopo Caprotti ha scritto una lettera al Corriere per commentare. Le 50 righe più desolanti, come specchio dei rapporti deteriorati tra padri e figli, che io abbia mai letto da che mi ricordi. La prima volta che ho iniziato la lettera ho dovuto fermarmi a metà. Dopo un po' di ore ho reiniziato e sono riuscita a finirla, ma che fatica. Però volevo avere il quadro complessivo della vicenda. 

La seconda storia che mi ha colpita è quella di Adriano Galliani. Premetto che io sono interista e che Galliani, fino a pochi giorni fa e per tantissime ragioni, non mi piaceva punto, per usare un eufemismo. Ma vedere che chi dovrebbe avere, come minimo, della riconoscenza per la sua dedizione e il suo lavoro di decine di anni per il Milan e per la galassia Berlusconi più in generale, cioè la signorina Barbara Berlusconi, si diverte – perché questa è la sensazione – a umiliarlo pubblicamente e privatamente… bè, è troppo anche per me. E forse sulla scia di questa aria di fuggi fuggi da simboli di un ventennio berlusconiano sono stata colpita persino dal fido Sandro Bondi che ieri da Fazio ha parlato della situazione del suo capo e idolo e oggetto d'amore e ammirazione Silvio Berlusconi. Complice la nullità colpevole di Fabio Fazio e delle sue domande insulse e irritanti, per chiunque abbia un'idea di giornalismo e di servizio pubblico, Bondi colpiva al cuore. Non parlando davvero di politica, ma di rapporti umani deteriorati tra padri (politici) e figli. Il tema del rapporto tra padri e figli, tra madri e figli, tra generazioni, specie quando lo scarto è tanto, di 40-50 anni almeno, mi ha sempre interessata. Dovrei forse parlare di rapporto nonni-figli… Parte di questo interesse è dovuto al fatto che con i miei nonni ho avuto poco tempo: mio nonno paterno è morto quando mio papà era poco più che un bambino, mia nonna materna, che non si era mai risposata, quando io avevo dieci anni. I miei nonni materni sono morti a pochi mesi di distanza uno dall'altro quando io avevo undici anni. Non me li sono goduti, praticamente. E ho sempre sentito la mancanza di questo rapporto. Quando ho fatto richiesta di entrare in un'università inglese, avevo 18 anni appena compiuti, tra le domande alle quali avevo dovuto rispondere nell'application c'era questa: se poteste introdurre nel calendario una nuova festività, a cosa la dedichereste? Io avevo risposto che avrei inventato il "giorno dell'ascolto tra generazioni". Non ricordo se l'avessi chiamato proprio così. Si trattava di una giornata in cui tutti dovevano prendersi del tempo per sedersi accanto a qualcuno che fosse di almeno due generazioni prima della propria (nonno, bisnonno se ancora vivo, o conoscente o sconosciuto, nel caso) e ascoltarlo raccontare della sua epoca e di come vedeva l'epoca attuale. Non era permesso raccontare di sé, ma solo, appunto, ascoltare e, semmai, fare domande… Non so se oggi proporrei lo stesso tipo di festività, ma quell'idea la dice lunga sulla mia esigenza di legami con il passato. Sono ossessionata dall'oblio. Se dovessi scegliere una frase preferita, come nel questionario di Proust, citerei quella di Rutger Hauer alla fine di Blade Runner, quando ricordando emozioni del passato dice, sotto una pioggia scrosciante e mentre piange perché sta morendo e perché ha appena salvato il suo assassino, nonché assassino della sua compagna, con una melanconia degna di uno che ha attraversato le galassie, "tutti questi attimi andranno perduti come lacrime nella pioggia". Attimi, rapporti, emozioni, legami che si sono creduti importanti, incancellabili… quando invece vengono cancellati mi prende l'angoscia. 

Quali che siano state le cause, per qualche giorno, dicevo, niente post. Forse è stato meglio così: le parole che ho scritto in ricordo di Roberto Cerati hanno avuto vita più lunga, in cima al mio modesto blog. Un omaggio tardivo a un piccolo grandissimo uomo, il meglio che potevo fare, suppongo. 

Ma ecco che ieri pomeriggio decido di andare a Villa Necchi Campiglio, con la scusa di una mostra-mercato di ceramica e dei workshop organizzati nel week end nel seminterrato della villa, uno dei luoghi più magici di Milano. Pensavo di scrivere "solo" di ceramica (oltre agli artigiani che lavorano a beneficio del pubblico, alla mostra-mercato allestita sotto una mini tecnostruttura nel giardino ci sono ceramiche d'artista sparpagliate per il piano terra della villa e i due piani superiori), ma ora, mentre scrivo, appunto, mi rendo conto di quanto Villa Necchi si inserisca nel quadro che tratteggiavo prima e di quanto c'entri con il tema del ricordare e rispettare e valorizzare il passato. Grazie all'impegno del Fai, tutto appare com'era al momento della costruzione, negli anni 30. Consiglio di vedere il film di Luca Guadagnino "Io sono l'amore" per capire quanto è bella Villa Necchi (il film è angosciante e non del tutto riuscito, secondo me, ma vale vederlo anche solo perché è stato girato quasi interamente a Villa Necchi). Tutti i mobili, le pareti, gli oggetti, i quadri e le sculture (e ci sono cose incredibili di arte antica ma soprattutto moderna e contemporanea, compresa la collezione donata dalla gallerista e collezionista Claudia Gianferrari) parlano del passato, di chi ha abitato quelle stanze. Sono talmente ben conservati che ispirano rispetto, ammirazione, passione e… pace. Riconciliazione con ciò che è stato, speranza in ciò che sarà. Tutto attraversando una decina di stanze… non è poco! Una delle cose che mi ha colpita di più ieri, tanto che pensavo l'avrei messa al centro del post e non alla fine, ma tant'è…, sono gli armadi della padrona di casa. Il sogno di ogni donna, credo. Non tanto per quello che contengono, ognuna potrebbe e vorrebbe metterci abiti e accessori di suo gusto, oggi come allora per forza diversi da quelli della padrona di casa originaria. E' lo spazio che affascina. Un ripiano per ogni cosa, scarpe ma anche cappelli, sciarpe, spille. e poi comparti per pellicce, abiti da sera, soprabiti. Credo che a Villa Necchi non si facesse il cambio armadi estate-inverno. C'era spazio per tutto, sempre. Io possiedo una quantità esagerata di jeans, magliette bianche a maniche lunghe e corte e di borse. Poche scarpe e un numero tutto sommato accettabile, essenziale, quasi, di ogni altra cosa. Ma per jeans, magliette e borse… lo spazio non basta sicuramente. Il risultato è che dimentico di avere e di indossare un sacco di cose, perché le stipo nei posti più improbabili. Visitare Villa Necchi mi ha fatta sognare un po', in una vita parallela vorrei avere un armadio così (sperare in una casa così è fin troppo…). Visitare Villa Necchi mi ha dato sensazioni positive che hanno scacciato quelle negative assorbite in settimana. Non è poco.

  • pulchra |

    Villa Necchi e’ un posto magico, concordo

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