Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Scappo dalla folla oceanica e dallo shopping nel centro di Milano, poi Apple mi ricorda Mandela e il suo “ubuntu”: I am because we are

Ieri alle 16 in corso Vittorio Emanuele non si riusciva a camminare. All'interno della Rinascente non ci si muoveva e persino in via Monte Napoleone (chiusa al traffico) era difficile spostarsi. Tanta, tantissima gente. Pochissimi sacchetti in mano, però, specie in corso Vittorio Emanuele; qualcuno in più nel quadrilatero della moda, dove le vetrine erano bellissime ma quasi tutti i negozi vuoti. Tanto che ho provato pena per i commessi e la noia che deve prenderli, forse anche lo sconforto: le giornate non passano mai se non arrivano clienti di cui occuparsi. Lo so perché ho fatto anch'io la commessa, quando ero all'università, e il lunedì mattina, in particolare, la libreria dove lavoravo era deserta (tanto che poi si era deciso di tenere chiuso anche noi, come la maggior parte delle librerie, al lunedì mattina). E' vero che in un negozio dove i prezzi medi sono altissimi possono bastare un paio di acquisti a "salvare" la giornata, mentre in una libreria è un po' diverso… Ma tra un acquisto e l'altro la noia deve essere devastante. Un'altra cosa che ho notato è che in via Monte Napoleone la gente si divertiva a guardare i prezzi assurdi di alcuni vestiti e gioielli e orologi visti nelle vetrine, per poi commentarli, con allegria, devo dire, non con rabbia. Un nuovo gioco in tempi di crisi: ridere di ciò che non ci si può permettere o che si trova, in ogni caso, assurdamente caro. 

Ho girovagato quasi senza meta per oltre tre ore, trovo comunque utile e divertente questo tipo di window e people watching, anche per via del lavoro che faccio. Nei tre negozi dove mi ero riproposta di andare non ho comprato niente: nel primo caso perché non ho trovato qualcuno che mi aiutasse, nel secondo perché non ho trovato quel che cercavo, nel terzo perché quel che cercavo era completamente fuori budget. Ho preso un tè al banco da Cova, dove ho visto tre donne che mi hanno messo una tristezza infinita: una signora di 50 anni massimo, a giudicare dalle mani, completamente rifatta: labbra, zigomi, contorno occhi, naso, mento. Magra in modo innaturale, vestita di nero, con pantaloni attillati, pelliccia corta nera e capelli neri leggermente cotonati. Sguardo perso nel vuoto, ma triste, per quel che poteva comunicare uno sguardo rifatto, persa nel bicchiere di vino che sorseggiava, sola al banco di Cova con i baristi e chiunque posasse gli occhi su di lei evidentemente sconvolti da quel che vedevano. Altre due donne, forse madre e figlia, sono uscite insieme a me. Entrambe impellicciate. La più giovane da capo a piedi, e sarà stata alta 1,80 + i tacchi. Biondissima, con cappello tipo colbacco che copriva quasi tutto tranne un naso piccolo e rifattissimo. La meno giovane in minigonna con pelliccia corta e gambe nude (giuro). Gambe che a quell'età preferirebbero stare al caldo, credo. Anche lei bionda, rifatta e anche lei agghindata e rifatta al punto che non era possibile evitare di fissarla. Su questo tema devo tornare: perché molte donne invecchiano così male, perché odiamo talmente la nostra immagine nello specchio da modificarla in modo così mostruoso? 

Uscita da Cova sono tornata alla Rinascente, primo perché avevo lasciato la bici lì davanti, secondo perché speravo che la folla fosse diminuita: il mio obiettivo era raggiungere il sesto piano per comprare degli addobbi per il mio albero. Ci sono riuscita, ad arrivare al sesto piano, passando per il reparto cappelli, dove ho comprato uno splendido berretto in lana made in Tuscany con le orecchie. Non è da bambini, credo, è fatto proprio così. Ce n'era anche uno con doppio pom pom, ma era troppo anche per me, che sui berretti un po' so osare (non sui cappelli, ahimè). 

Tornando verso casa sono andata all'Esselunga e sono passata davanti a una vetrina di un rivenditore Apple. Non un negozio Apple, che purtroppo a Milano NON c'è (l'azienda ha tentato ripetutamente di aprire qui, ma non c'è riuscita: in galleria ad esempio la gara per gli spazi davanti a Vuitton dove c'era McDonald's l'ha vinta Prada, davanti al Duomo il Comune ha negato i permessi per un cubo in stile Apple Store di Central Park ecc). In vetrina, come del resto sull'homepage del sito, c'era un grande pannello con una foto di Nelson Mandela sorridente, già anziano. Le uniche parole erano il suo nome, seguito dalla data di nascita e di morte: 1918-2013. Ho sentito e letto tanti commenti su Nelson Mandela in questi giorni. Alcuni interessanti, altri superflui o superficiali. Mi è sembrato che si sia ricordato troppo poco quello che è successo in Sudafrica dopo la fine dell'apartheid e che secondo me è il vero lascito di Mandela e di tutte le persone che hanno lavorato con lui, hanno creduto in lui e hanno seguito i suoi consigli. Parlo del processo di riconciliazione. E dei processi, veri e propri, che si sono tenuti in modo capillare nei villaggi dove i neri erano stati, negli anni, uccisi, torturati, massacrati, umiliati, dai bianchi. In Sudafrica c'è stato un genocidio, ma il processo di riconciliazione ha permesso, in qualche modo, che alla fine del regime dei bianchi non seguisse una vera e propria rappresaglia. Adesso sembra normale, all'epoca è stato un fatto straordinario. Ci sono decine di saggi e romanzi e film in cui si racconta tutto questo. Uno dei film più belli secondo me è "In my country", con Samuel Jackson e Juliette Binoche. Ho i brividi solo a ricordarlo. Alla base del processo di riconciliazione e della clemenza che il Governo di Mandela ha avuto per i bianchi che hanno chiesto perdono pubblicamente alle loro vittime o ai famigliari sopravvissuti delle loro vittime (nella maggior parte dei casi soldati, poliziotti, sorveglianti ecc, che eseguirono ordini, più che darli), alla base c'è l'idea di UBUNTU, un'idea tutta sudafricana (ma diffusa anche in altri Paesi africani) che potremmo riassumere con le parole "I am because we are". Cinque parole in cui c'è un mondo. Un mondo di interconnessioni tra bene e male, tra quello che facciamo e quello che viene fatto a noi. Non riesco a pensare a una visione più bella e completa di come dovremmo vedere e considerare gli altri. Tanto semplice, quelle cinque parole, quanto difficilmente messe in pratica. Presi come siamo, ognuno, dal proprio "particolare", per citare Guicciardini. Oggi è lunedì, un piccolo nuovo inizio. Il mio piccolo proposito è di ricordarmi, da qui a Natale, quelle cinque parole, I am because we are. E di trarne tutte le conseguenze. Come ha fatto Mandela per una vita. Io penso di poterci riuscire, almeno per venti giorni scarsi…

  • Smithe191 |

    Merely a smiling visitor here to share the adore , btw outstanding style. Audacity, more audacity and always audacity. by Georges Jacques Danton. beeekcbgdfekdekf

  • Giulia Crivelli |

    @lola
    hai ragione sugli stati uniti. a volte penso che siano ancora oggi un paese con segregazione razziale… coppie miste, ad esempio, persino a new york se ne vedono ancora oggi pochissime
    un abbraccio da milano a parigi!

  • lola |

    Ho notato anch’io la bellissima foto di Mandela e la grande eleganza della commemorazione del sito Apple. Sono andata poi a vedere se Microsoft ..
    Dimentichiamo spesso che la segregazione razziale è stata abolita ufficialmente negli USA solo nel 1964 e da Lyndon B. Johnson…. Questa democrazia che tutti portano in esempio ma che secondo me non è molto democratica essendo innanzitutto un paese poliziesco.

  Post Precedente
Post Successivo