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Le conversazioni degli altri (a metà) e la lezione di Renzo Rosso, che ama ascoltare

Con questo freddo freddissimo, sto usando poco la bici e molto i mezzi pubblici. Così mi è capitato di ascoltare decine di conversazioni. O meglio, di mezze conversazioni: ho potuto sentire unicamente la parte di chi urla nel cellulare, potendo solo intuire le parole della persona all'altro capo del filo o dell'etere. E' una sensazione strana, quasi sempre spiacevole. Primo, perchè, esattamente come in treno, le persone a cui mi riferisco lo in genere, appunto, urlano, fanno rumore. Se sono abbastanza calma e tutto sommato la conversazione è civile, cerco di stare zitta. Ma se sono stanca, magari sulla metro alle nove di sera, e la conversazione è volgare, violenta, spiacevole, con urla, insulti, parolacce, quasi sempre dico qualcosa, come faccio in treno (sono una rompiballe, lo so). In genere esordisco con: "Scusi, può abbassare la voce?". In qualche caso la persona annuisce, mi guarda in cagnesco ma abbassa la voce. Ma nella maggior parte dei casi le reazioni sono scomposte, tipo "Fatti i cazzi tuoi", "Che cazzo vuoi da me", "Spostati se ti dà fastidio" ecc. A volte provo a replicare qualcosa del tipo: "Ma vi rendete conto che se tutti urlassimo nei nostri telefoni qui dentro salterebbero i timpani a tutti?". Domande come queste aumentano la rabbia del rimproverato. Una volta, in treno verso Gavirate, sul lago di Varese, dove abitano i miei genitori, da una ragazza che avrà avuto 20 anni sono stata apostrofata come "troia, racchia" e minacciata di essere picchiata. Ci ho messo qualche giorno per riprendermi, ma poi ho ripreso a far notare quanto maleducato sia esibire sui mezzi pubblici le proprie conversazioni rabbiose.

Nella maggior parte dei Paesi europei che conosco un po' (bisogna però qui ricordare che l'Italia è il Paese meno cablato dell'Occidente ma quello con la penetrazione più alta di cellulari), sui mezzi pubblici ci sono cartelli che invitano a non parlare ad alta voce, specie al cellulare. Da noi temo sarebbero inutili.

Non che a volte ascoltare le conversazioni degli sconosciuti non sia interessante. A patto di non farsi venire in mente quello splendido ma struggente film che è Le vite degli altri. Quello, però, era vero e proprio spionaggio. Ricordo ad esempio uno strano libro di Abraham Yehoshua, Il signor Mani, diviso in sei capitoli, mi sembra, ciascuno contenente una conversazione di cui veniva riportata solo una parte. Faticoso da leggere, ma molto molto interessante.

Sui mezzi, ahimé, non è così interessante. In metro stamattina ho ascoltato una badante sudamericana che raccontava a un'amica italiana tutto quello che aveva dovuto fare di notte per pulire i signori che accudiva e che avevano entrambi sporcato il letto. La conversazione si è conclusa con una serie di insulti, alcuni in italiano altri in spagnolo, rivolti verso i suoi datori di lavoro. Ieri sulla 54 (autobus) una giovane praticante di uno studio legale parlava con un'amica della sua orrenda giornata dicendo tra l'altro di avere "un mal di testa a tutto tondo" (eh?). Si lamentava del fatto che il giorno dopo avrebbe dovuto portare una borsa con dei documenti a un avvocato dello studio che partecipava a un convegno in corso Magenta. Non ne aveva voglia e programmava di aggiungere alla consegna della borsa "mezz'ora di vetrine" (sic). L'altro ieri in metropolitana una ragazza giovanissima e con molteplici piercing litigava col fidanzato che, pareva di capire, non aveva compreso niente di un certo discorso che lei gli aveva fatto qualche giorno prima. A un certo punto lui urlava talmente forte di rimando che si poteva sentirlo anche a un metro di distanza. La conversazione stava degenerando, avevo l'impressione che se lui fosse stato lì l'avrebbe picchiata o peggio. Al mattino sulla 61 invece avevo vicino un funzionario del Comune di Milano che parlava di certe delibere con un collega. Lo aveva persino messo in vivavoce, il suo collega, vai a sapere perché. Una conversazione tra azzeccagarbugli di serie C che mi ha fatto venire uno sconforto estremo, perché ci si rende conto in che pantano burocratico siamo e che tipo di civil servants abbiamo.

Detto tutto questo, ribadisco che ascoltare sconosciuti può essere divertente e istruttivo. Serve per capire persone che hanno età diverse o fanno lavori diversi o hanno disponibilità economiche e/o culturali diverse da noi. Serve per non convincerci che l'unico modo di vivere è il nostro. Io ascolto fin da quando ero piccola. E quando ero piccola per strada o sui mezzi fissavo, pure, gli sconosciuti e mia mamma doveva pregarmi ogni volta di non farlo. Ascoltavo e fissavo. Ma si trattava sempre di conversazioni vere, con due persone o più!

Parlare di capacità di ascolto mi riporta anche a Renzo Rosso, che oggi ha tenuto una bellissima lezione ai ragazzi dei master del Sole 24 Ore. In realtà si è trattato di una lunga intervista che, dal palco del nostro Auditorium, gli ha fatto Paola Bottelli, spingendolo a raccontare la sua storia di imprenditore, aggiungendo consigli per chi presto dovrà affrontare il mondo del lavoro. L'intervista completa, firmata da Paola, potrete leggerla sul Sole 24 Ore di domenica. Online trovate un mini resoconto che ho scritto appena Rosso ha finito di parlare. Ma ovviamente sono rimaste fuori tante cose, molti spunti. Tra questi quello che ha detto sull'importanza di ascoltare tutti, per imparare. Rosso ha iniziato cucendo di sera, dopo la scuola, dei jeans nella sua stanza che poi vendeva ai suoi amici per 3.500 lire. Oggi guida un gruppo da 1,5 miliardi di fatturato. Ma dice che la cosa che lo diverte di più e da cui ha imparato di più sono i colloqui di lavoro che fa agli aspiranti manager. "In un'ora, un'ora e mezza, cerco di farmi un'idea dei loro mondi, delle cose che fanno le aziende per le quali lavorano. E ogni volta che sento una cosa interessante, cerco di immaginarmi come poterla fare anche nel nostro gruppo".

Sempre a proposito di saper ascoltare, vedere, sentire, apprezzare le qualità e le vite degli altri, Rosso ha detto che non gli sembra di essere un genio. "Non sono nessuno da solo. Sono qualcuno grazie ai miei collaboratori. E ricordate: ognuno ha qualcosa di speciale, non cadete mai nell'errore di pensare "quello è un pirla". Non esistono persone senza talento, senza capacità che li possano differenziare da tutti gli altri. Però ognuno di noi deve essere il talent scout di se stesso e poi deve credere nelle sue capacità. A ruota lo faranno anche gli altri".

Inutile dire che quel "da solo non sono nessuno" mi ha ricordato il "I am because we are" dell'ubuntu sudafricano. E mi sono sentita a casa.

  • lola |

    Che bel pezzo hai scritto ! Istruttivo, divertente, raccapricciante. Descrivi un mondo con tanta aggressività in giro e poi un bel incontro. C’è chi giudica le parole di Renzo Rosso banali (vedi il blog di Paola Bottelli), tu le hai giudicate belle, anch’io perché penso che le cose vere e giuste non sono banali, perché la loro semplicità maschera la loro verità e anche se ripetute all’infinito non sono credute. Si inizia sempre da solo, sgobbando e poi si cresce con gli altri. Vale pure per un artista. Grazie.

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