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Ricordando il Bangladesh e la necessità di essere consumatori consapevoli

Qualche giorno fa mi è arrivato il Sustainability Report di H&M, focalizzato sia sulla sostenibilità ambientale del colosso svedese, sia su quella sociale. E’ un documento molto interessante, che si può scaricare nella sua forma completa da internet in inglese (ma c’è anche una versione “breve” in italiano e in tante altre lingue). Le aziende non sono obbligate a presentare questo tipo di bilanci, ma sempre più spesso lo fanno, in particolare nel settore della moda, anche alla luce di quello che è successo un anno fa in Bangladesh, quando oltre mille persone morirono nel crollo di una fabbrica-lager in Rana Plaza, a Dhaka, in cui poi si scoprì venivano prodotti anche molti capi di abbigliamento di marchi occidentali (sul sito del Guardian si trova un documentario, “The shirt on your back“, che racconta molto di quella tragedia e di ciò che è accaduto nell’ultimo anno per cercare di migliorare le condizioni di lavoro delle operaie e degli operai del Bangladesh, una delle “fabbriche” del mondo).

Credo che sempre di più i consumatori, specie quelli giovani (ma con alte possibilità di spesa, come già accade in Cina) e di Paesi dove la povertà è ancora molto diffusa, evidente, lacerante, chiederanno ai marchi occidentali trasparenza, impegno, serietà, corrispondenza tra proclami e azioni. Ma lo faranno sempre di più, spero, anche gli stessi consumatori occidentali. Sono anni che sento parlare di “responsabilità sociale dell’impresa” e sono sicura che moltissime aziende hanno programmi seri in materia e bilanci altrettanto seri che documentano i loro sforzi. Non basta ancora, però. E qui torno al bilancio di H&M, che mi ha colpita per la molteplicità di fronti in cui l’azienda si è impegnata nel 2013 (in primis quello per la sostenibilità ambientale, ma qui mi interessava parlare soprattutto degli aspetti sociali in senso davvero globale).

Vi riporto alcuni dati, che riguardano in particolare il Bangladesh:

– Dal 2008 H&M ha istruito 894.975 lavoratori del Bangladesh sui loro diritti. Può sembrare, aggiungo, una cosa normale o superflua, ma guardando il documentario del Guardian ci si rende conto che molti lavoratori di Paesi come il Bangladesh – proprio come accadeva da noi 50, 60 anni fa – sanno poco o nulla dei loro diritti
– H&M è stato il primo marchio a firmare l’Accord for Building and Fire Safety in Bangladesh, che potrebbe davvero evitare incidenti come quelli di Rana Plaza

Nel Sustainability Report vengono poi fotografati alcuni capi e dati di produzione che li riguardano. Anche in questo caso riporto alcuni punti, sono relativi al “Percorso di vita delle scarpe per bambini n° 0189155”

– Le ballerine sono vendute a 14,95 euro
– Il 25% del loro prezzo di vendita è stato devoluto a sostegno dell’Unicef e dei suoi progetti per migliorare l’accesso all’istruzione, alla sanità e alla protezione dell’infanzia in India e in Bangladesh. Dal 2009 con questo tipo di iniziative sono stati aiutati un milione di bambini

Spero che iniziative come quelle di H&M si moltiplichino. Non so se in Italia, in Europa, nel mondo, stia davvero cambiando qualcosa. Papa Francesco sembra impegnato ad avvicinare tutti gli abitanti del pianeta e a volte mi sorprendo a pensare che potrebbe riuscirci, come quando lo vedo in Terra Santa e lo sento offrire ospitalità per una summit di pace tra palestinesi e israeliani. La crisi economica che ha colpito l’Italia, l’Europa, il mondo, ha costretto decine di milioni di persone a concentrarsi sulla propria sopravvivenza e il tempo per pensare a chi è ANCORA più in difficoltà di noi è sempre meno, temo. Però guardando il documentario del Guardian (o, per toccare un altro tema di attualità, le immagini delle favelas del Brasile, dove tra due settimane iniziano i Mondiali e le proteste per i miliardi “investiti” nell’evento anziché nella lotta alla povertà non cessano), ho ripensato a un proverbio sudafricano, I AM BECAUSE WE ARE. e mi sono ripromessa che da oggi in poi cercherò di leggere ogni Sustainability Report che vedo. E a comportarmi, da consumatrice, di conseguenza.