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Qualche giorno lontana da Milano, folgorata, come sempre, dalla bellezza di Venezia

Da martedì a giovedì scorso sono stata a Venezia, con la scusa della preview per noi fortunelli giornalisti della Biennale di architettura. Dico “con la scusa” perché ho da sempre, da quando l’ho vista la prima volta, e avevo 5 anni, un amore grande per Venezia e appena c’è un’occasione vado. Mi piace tutto della città: le sue folle di turisti invasori e i suoi scorbutici abitanti. I suoi vaporetti affollati e i suoi vicoletti quasi sempre deserti (in fondo basta fare delle piccole deviazioni, non è per nulla difficile evitare i flussi di gruppi organizzati, famiglie, persone appena scese dalle navi da crociera con pranzo al sacco). Amo le piazze di Venezia e i suoi grandi campielli e i suoi vicoli più stretti, dove qualche turista americano superobeso potrebbe persino non passare. O magari potrebbe restare incastrato, davvero.

Questa volta però è stato molto strano, essere a Venezia nei giorni dello scoppio dello scandalo Mose. Ero arrivata martedì sera e mercoledì mattina, guardando twitter alle 8, ho visto che il sindaco Orsoni era agli arresti domiciliari… impossibile non pensare subito alla conferenza stampa e agli incontri con i giornalisti stranieri in programma nelle ore successive… sindaco assente per forza maggiore… come spieghi queste cose a chi non è italiano? (in realtà, è difficile spiegare queste cose a noi “maggioranza silenziosa” di italiani onesti… uomini pubblici pagati corrotti o corruttibili con soldi pubblici… “almeno” ai tempi di Tangentopoli i soldi per i corrotti erano dei privati…). E che nervoso sentire che “Orsoni semmai è colpevole di finanziamento illecito”. Per me fa poca differenza. A Bersaglio mobile di Enrico Mentana argomentavano che “lui non avrebbe rubato per sé” e sottolineavano l’innegabile verità che “la politica costa” (“bisogna organizzare convegni, distribuire volantini”, Felice Casson dixit).  E allora? Primo, Orsoni senz’altro queste cose le sapeva. Non si pretende certo che paghi le spese della macchina del Pd veneto o veneziano con il suo patrimonio personale di avvocato di lungo corso con casa sul Canal Grande. Ma non è accettabile che – scoperto quanto costoso sia “giocare al sindaco del Pd” – egli accetti finanziamenti in nero e non è accettabile che qualche giornalista trovi il modo di dare un senso a tutto questo.

Detto questo, mercoledì e giovedì è stato bellissimo visitare la Biennale in anteprima con una temperatura primaverile ed è stato divertente anche l’acquazzone serale che ci ha sorpresi mentre eravamo in coda per il cocktail di inaugurazione della mostra della Fondazione Prada a Cà Corner. Le persone erano talmente tante che a un certo punto abbiamo rinunciato (per la sera era prevista una cena organizzata da Rolex, da questa edizione sponsor della Biennale di architettura) a vedere la nuova mostra, Art&Sound, riproponendoci di tornare il giorno dopo. In queste occasioni, quando le Biennali (la sensazione è uguale quando si tratta di quella dell’arte) stanno vivendo la loro alba, l’atmosfera è più internazionalmente creativa che mai… non è solo il fatto di sentire parlare lingue straniere (questo a Venezia capita sempre) ma il piacere di essere al centro di un melting pot culturale. Quest’anno mi sembrava persino che gli architetti avessero abbandonato la loro tradizionale attrazione fatale per il look “total black”…

Giovedì mattina siamo andati a vedere la mostra allestita all’ultimo piano del negozio Louis Vuitton, un vero e proprio “Espace culturelle”, con disegni del giapponese Jiro Taniguchi e fotografie di Mariano Fortuny. Una mostra molto suggestiva che, tra l’altro, resterà aperta fino al 18 novembre. Poi un altro salto ai Giardini, poi di nuovo “in città” per provare a vedere Art&Sound prima di tornare a Milano.

Ho scritto all’inizio che di Venezia amo tutto, anche i suoi abitanti scorbutici. E’ vero, però almeno i negozianti e i gestori di bar e ristoranti qualche sforzo in più potrebbero farlo… Una scena veramente spiacevole alla quale ho assistito è successa in un bar: una famiglia di sloveni, credo, non riusciva a capire la differenza tra il listino “al banco” e quello per clienti “seduti”. La proprietaria e suo marito si sono spazientiti e sono passati da uno stentatissimo inglese al dialetto veneziano. Nessuno ha più capito niente. La rabbia della proprietaria era legata al fatto che aveva già emesso uno scontrino con prezzi “da seduti” mentre la famiglia di sloveni era rimasta poi al banco… Altro bar, altra scena: un’americana semi-obesa e suo marito si siedono al tavolo e consultano il listino. Passano dieci minuti. Decidono di alzarsi e andarsene, forse sotto shock per i prezzi. Il marito della proprietaria, seduto anche lui a un tavolino mentre la moglie era dietro al banco interno, urla: “Non uscire, la cicciona se ne va”. Non credo che l’americana sapesse l’italiano, ma sono stata tentata io di dirgli qualcosa, al padrone del bar, per una tale sciocca, inutile, fastidiosa, esclamazione (e non era certo un George Clooney delle calle veneziani, l’urlatore in questione). Ecco, questo tipo di atteggiamento denota la mancanza di cultura dell’accoglienza che in Italia dovremmo trovare il modo di sviluppare. Dovrebbe essere la regola, questo tipo di cultura. Invece, nelle grandi città come Venezia, è purtroppo ancora l’eccezione, per quello che ho sperimentato io.

Nel pomeriggio di giovedì però a Venezia mi è successa anche un’altra cosa, alla quale ho accennato su twitter ma alla quale ho poi ripensato molto e che qui vorrei riprendere. Con qualche difficoltà (io non ho senso dell’orientamento, Venezia è un labirinto) sono tornata a Ca’ Corner per la mostra Prada. Ero curiosa, adoro gli strumenti musicali e a pranzo Mattia Agnelli della Fondazione Musei Civici di Venezia mi aveva raccontato di come il rapporto con la Fondazione Prada, con Miuccia Prada e Patrizio Bertelli fosse una cosa estremamente positiva per Venezia (alla fine del 2013 il Palazzo Ca’ Corner è stato venduto alla Fondazione Prada, il restauro è già a buon punto, dopo questa mostra ne verranno altre, senz’altro bellissime). Sono entrata a Ca’ Corner alle 17, in tempo per l’ultima delle performance programmate per i due giorni di preview. La prima impressione era stata fantastica, mi avviavo verso il secondo piano quando mi sono resa conto di dover prendere una pillola. Mi sono chinata, ho appoggiato la mia borsa a terra e ho iniziato a cercare la medicina. Non facile, perché la mia borsa è piena di scomparti. Una ragazza mi ha detto di spostarmi, perché non era consentito toccare i piedistalli su cui erano sistemati gli strumenti con i miei oggetti. EVABBE, spostiamoci. Continuo a cercare, sempre accovacciata e in evidente piccola difficoltà. Sento in quel momento una voce sgradevole dal tono saccente che dice “Ma signora… cosa fa?”

Era il CURATORE in persona, il signor Germano Celant, circondato da zelanti impiegate, mute ma semi-adoranti. Mi ha aggredita dandomi della maleducata perché mi ero permessa di tirare fuori alcuni oggetti personali dalla mia borsa (non si trattava né di rifiuti tossici né di bombe a mano, per altro) in un posto che “non era casa mia”. Per dirla con Manzoni, “la sventurata rispose”. Nel senso che non mi sono lasciata aggredire e gli ho detto a mia volta cose non piacevolissime, accennando anche al simpatico compenso (750mila euro) che prenderà per organizzare una mostra all’Expo (senza ovviamente dire chi fossi o perché fossi lì, non l’avevo mai visto né lui aveva mai visto me, in quel momento era una normalissima persona invitata alla preview). Forse avrei dovuto ignorarlo. Pochi minuti e avrei trovato quello che stavo cercando. Ma la scena è stata spiacevole e umiliante. Mi ha dato l’idea di che persona è Celant e ho avuto la conferma che la cosa che mi colpisce più negativamente delle persone è quando non tengono conto dei momenti di debolezza altrui. Inutile aggiungere che a quel punto la voglia di vedere la mostra curata dal signor Celant (vestito di grigio e nero, ca va sans dire!) o sentire la performance è crollata sotto la laguna, sotto la crosta terrestre. E me ne sono andata. Tornando verso il vaporetto mi sono imbattuta (serendipity!) in un negozio di vetri bellissimi, l’atelier di Mauro Vianello. Il suo entusiasmo, la sua gentilezza, mi hanno subito riconciliata con Venezia (e con me stessa! forse non ero poi la grande maleducata e ignorante apostrofata dal borioso Celant!)

Lasciata Venezia, venerdì ho dovuto andare in Sardegna per risolvere una piccola questione di famiglia. Colori e odori e paesaggi sempre eccezionali, in Costa Smeralda. Anche in questo caso, ho sempre avuto un amore un po’ perverso persino per le stranezze dei sardi e il loro essere, spesso, un po’ scorbutici o quanto meno ermetici… E capisco che chi vive di tre mesi di turismo deve fare i suoi conti. Ma ho pagato un toast OTTO euro. Ed era pure un po’ freddo. Così il turismo “normale”, quello che ho conosciuto anch’io negli anni passati, quando andavo più spesso in Sardegna, non tornerà più. Oggi è pieno di russi molto ricchi, che “sequestrano” hotel interi e comprano ville faraoniche. Ma è la solita logica di breve periodo, quella di puntare su questo tipo di turismo.

  • alberto |

    … sarebbe bastato un “Ma signora… ha bisogno di aiuto?”

    … sarebbe bastato fare come la coppia di americani e non prendere il toast (non so tu, ma io “piuttoast” digiunerei)

    … sarebbe bastato, ma non c’è più limite alcuno.

  • Giulia |

    @adriana
    grazie mille della solidarietà, è stata veramente un’esperienza spiacevole. in tedesco c’è una parola, MASSGEBEND, quasi intraducibile. indica un comportamento che ti dà, da solo, l’idea di un tutto. ad esempio di come è fatta una persona. quello che ha fatto celant è, appunto, massgebend
    buona giornata e grazie ancora!
    g

  • andriana |

    Cara sventurata, celant (la minuscola apposta) si considera Dio in persona, è un fatto risaputo, deve aver accumulato in se gli ego di tutti gli artisti di cui ha scritto o che ha messo in mostra. La mia soddisfazione è grande che tu gli abbia risposto in quel modo. Sei senz’altro stata la prima a farlo. Grande Giulia !
    La corruttibilità e la corruzione sono parte del DNA umano, ma a noi, persone normali e oneste, stupisce sempre la facilità con cui chi corrompe corrompe e si lascia corrompere. Non sradicheremo mai la corruzione.

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