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Wearable technology e il fascino (o la paura) del nuovo

Sono mesi, forse anni che sentiamo parlare di “wearable technology”, tecnologia da indossare. Per ora però abbiamo visto solo qualche orologio per chi corre o si allena e più meno sofisticati frequenzimetri. Tralascerei gadget come guanti con annunciata connessino hi-fi e altri esempi, anche perché da quel che vedo hanno avuto vita brevissima e non sono prodotti da marchi o aziende famose dell’high tech o della moda. Qualche mese fa però Google e Luxottica hanno annunciato un accordo per i Google Glass. E faccio una piccola nota da precisino: anche Google si è divertita a forzare un po’ la lingua, con questo nome. Quando morì Steve Jobs in alcuni ricordarono che persino nella pubblicità la sua Apple diede segnali di innovazione. Uno degli slogan più famosi dell’azienda è THINK DIFFERENT, che grammaticalmente è sbagliato. Ci vorrebbe l’avverbio, non l’aggettivo (differently). Google invece ha scelto di usare la parola GLASS al singolare, mentre per indicare gli occhiali si dovrebbe sempre usare al plurale (GLASSES). Luxottica promette di “ingegnerizzare” il progetto tecnologico di Google per renderlo, par di capire, molto più accattivante dal punto di vista del look. I Google Glass insomma – per avere una chance di successo, sembra il ragionamento – devono diventare anche un bell’oggetto. Magari persino un trend di stagione, per molte stagioni, si intende… I primi risultati dovremmo vederli nel 2015 e sono molto curiosa, anche se non mi incuriosisce l’idea dei Google Glass in sé. Ma questa è un’altra storia. Dell’integrazione tecnologia-moda ho parlato brevemente venerdì scorso con Luisa Delgado, chief executive officer (amministratore delegato) di Safilo. Donna davvero eccezionale, che non avevo mai incontrato prima (l’intervista è uscita sabato sul Sole 24 Ore, molto incentrata sugli aspetti finanziari). La wearable technology, l’innovazione nei materiali ma anche nell’uso degli occhiali interessano molto Luisa Delgado: abbiamo parlato anche della licenza che Safilo ha con il marchio di make up Bobby Brown, creato da una signora molto intraprendente che ha scelto di diversificare nelle montature da vista e da sole prima che in molti altri settori perché dice che molte donne “hanno l’esigenza di integrare gli occhiali nel make up che faticosamente si sono date al mattino”. Anche questa è innovazione, direi!

“La tecnologia non è qualcosa che vogliamo vestire, in Safilo. Ma siamo aperti a progetti che integrino i due mondi e magari prima o poi troveremo quello giusto a cui collaborare o lanciare o presentare”.

Il tema interessa non solo le aziende di tecnologia: ricordo per inciso che tutti, da Nike a Puma, da Adidas ai brand nati per attività come lo yoga, in America sono tanti, stanno cercando di rendere sempre più “glamour” anche gli indumenti e le scarpe più tecniche, come si è visto anche al Micam, la grande fiera delle calzature che si è tenuta settimana scorsa a Milano, dove ho visto speaker di tutti i generi… (e chi ha sfogliato Io Donna di ieri avrà notato le “sneaker di lusso” firmate Dior, tanto per fare un altro esempio).

Dieci giorni fa (ne ha parlato anche Paola nel suo blog) Ralph Lauren ha presentato una specie di “t-shirt intelligente” che legge parametri vitali e forse fa altre cose che non ricordo. Per ora nessun altro grande marchio americano o europeo aveva fatto un passo simile. Però oggi ho letto che Apple – sempre loro – alla presentazione dello smart watch sul quale si è tanto speculato, inviterà anche tutti i giornalisti di moda presenti a New York per le sfilate (arrivate al terzo giorno, ma è da domani che si entra nel vivo e la presentazione Apple è martedì). Lo scrive Mashable, sottolineando che questo invito può essere letto come un tentativo di avvicinamento di Apple al mondo della moda.

Non so perché in Italia, dove abbiamo i più grandi produttori di tessuto al mondo (e da mercoledì vedremo le novità a MilanoUnica, la fiera che riunisce le eccellenze del settore nel comparto medio-alto e alto, dove comunque di fa tantissima ricerca, in senso lato), il tema della wearable technology sia stato finora trascurato. Forse c’entra la paura del nuovo, il che mi porta a segnalare una scoperta letteraria che ho fatto nei giorni scorsi. Nella mia ignoranza non avevo mai letto niente di Julio Cortazar, ma gli articoli che molti hanno dedicato al centenario della sua nascita mi hanno incuriosita. Così sono andata nella mitica libreria di quartiere i centofiori, dove c’è una giovane libraia “vecchio stile” a cui sapevo di poter chiedere consiglio. Mi ha detto di iniziare da “Storie di cronopios e di famas”. Quello di Cortazar è un mondo a sé, mi par di capire. Per me – troppo analitica e cervellotica – leggerlo è un grande esercizio. Mi apre la mente, mi fa essere un po’ meno logica. E mi fa ridere e sorridere!

In questo libretto c’è una storiella intitolata “Come va, Lopez” e si parla proprio del nuovo (che anche me – sia detto per chiarezza – fa quasi sempre molto paura).

“Ciò che è veramente nuovo fa paura o meraviglia. Queste due sensazioni ugualmente vicine alla bocca dello stonato accompagnano sempre la presenza di Prometeo; quel che resta è la comodità, quel che riesce più o meno bene. (…) Amleto non dubita: cerca la soluzione autentica e non il portone di casa o le vie già percorse – nonostante tutte le scorciatoie e i crocicchi che ci offrono. Vuole la tangente che incrina il mistero, la quinta foglio del trifoglio. Fra il sì e il no, quale infinita rosa dei venti”.

Ecco, forse è la paura dell’insuccesso a bloccare gli sviluppi della wearable technology. Ma io spero di vedere presto delle novità “integrate”, come dice Luisa Delgado, anche in Italia.

 

  • Fabio |

    Una precisazione da addetto del comparto progetto moda: ormai da un decennio non siamo più i maggiori produttori di tessuto, ma ci limitiamo a fare delle particolari lavorazioni (finissaggi) sul grezzo ormai proveniente da Turchia ed Asia.
    Siamo ancora bravi su cardati e pettinati (lane)che però poco si adattano ad “inserimenti tecnologici” ed hanno dei prezzi che rendono impossibile l’aggiunta di costi per inserire la tecnologia.

    Inoltre,per sua informazione,stiamo lavorando molto sul confort ed,al momento,
    il miglior risultato proviene sempre da un ritorno al naturale:sia esso del semplice cotone che del cuoio per le scarpe.
    Chi cerca questo,è più facile che faccia una passeggiata per tenere a posto il cuore,piuttosto che indossare dei sensori che lo informano sul suo stato di salute…anche questo è “Made in Italy”!

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