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Che noia e che rabbia per le critiche (pretestuose) alla fashion week di Milano da parte dei giornalisti stranieri

Premessa: NON sono una persona nazionalista. Forse anche perché sono italiana solo per metà (l’altra metà è tedesca) ma soprattutto per carattere e per scelta. Non mi piacerà mai una cosa o una persona o un luogo SOLO perché è italiano, americano, tedesco o di qualsiasi altra nazionalità o provenienza. Aggiungo per onestà che so essere molto critica con tutto ciò che ho intorno, a partire da me stessa. Ma il mantra – che spero di continuare a ripetermi finché avrò vita – è: criticare con lucidità, senza pregiudizi e il più possibile sulla base di fatti e dati. E, quando serve, soprattutto se di mezzo ci sono persone, sentimenti, impegno e lavoro, cerco di capire le ragioni degli altri.

Fatta questa premessa, a volte mi sento un po’ come mia nonna (da parte di padre, quella italian, quindi) che non sopportava le critiche troppo dure ai figli e diceva. “Io so benissimo quali sono i difetti, i limiti e i problemi dei miei figli, ma non me lo faccio dire dagli altri”.

Ecco, leggendo, come sempre accade da almeno quattro anni a questa parte, gli articoli dei giornali stranieri (non tutti) sulla settimana della moda di Milano che si chiuderà ufficialmente oggi, provo un misto di queste sensazioni: stizza tipo quella di mia nonna, un zic di noia (come ho detto, succede la stessa cosa da anni, a ogni tornata di sfilate), ma soprattutto penso che le critiche sono campate per aria e nei pezzi si confrontano mele con pere.

La sensazione è che siamo pezzi costruiti a tavolino, partendo dal titolo (cioè il contrario esatto di come andrebbe scritto un articolo). Il ragionamento di molti giornalisti (anglosassono, spiace dirlo, nella maggior parte dei casi) sembra essere: il titolo del mio pezzo deve essere “Milano delude”, inventiamoci perché e scriviamolo, indipendentemente da quello che si è DAVVERO visto e sentito sulle passerelle e fuori. Tra poco farò alcuni esempi e cercherò di spiegare perché, secondo me, Milano non ha deluso affatto. Ma prima vorrei toccare un altro tema.

Cosa spinge a questa “critica a tutti i costi” alla settimana della moda di Milano? Invidia? Forse. Ma penso sia soprattutto la debolezza del nostro sistema. Dall’esterno si percepisce chiaramente quanto noi italiani – i protagonisti della moda non fanno eccezione, anzi – si sia individualisti, incapaci di fare squadra, non equipaggiati a pensare al “bene comune” (di qualsiasi comunità si parli). Noi siamo bravissimi a concentrarci sul “proprio particulare”, come diceva il mitico Guicciardini. Sono convinta che questa sia una debolezza, non una forza. E non penso – come mi sono sentita ripetere spesso – che l’individualismo è l’altra faccia, ineluttabile, incancellabile, inevitabile, della nostra famosa creatività. Le debolezze – è un meccanismo ben noto in psicologia e chiunque di noi, purtroppo, ne ha fatto esperienza sulla sua pelle, credo, almeno una volta nella vita – attraggono gli attacchi. Se il bersaglio è facile da colpire, verrà più voglia di scagliare pietre. Comincio a pensare che alla base di queste ricorrenti e gratuite critiche a Milano e alle sue settimane della moda ci sia anche questo. Che si somma a un provincialismo che mi farebbe quasi tenerezza se non fosse molto rischioso e a una sorta di perdurante sudditanza – anche in questo psicologica – nei confronti di certa stampa straniera. Penso ad esempio all’episodio più eclatante degli ultimi anni, quando la Condé Nast America prese carta e penna e scrisse a tutti gli stilisti italiani pregandoli di concentrare le sfilate in pochi giorni perché “la crisi aveva ridotto i budget per i viaggi, le spese in albergo ecc”. La risposta più adatta, in stile Bartleby lo scrivano, sarebbe stata: “La crisi ha colpito tutti, vi siamo vicini, soffriamo con voi, sappiamo benissimo di cosa parlate. Però no, la settimana di Milano non si accorcia. Cambiate alberghi, se proprio volete risparmiare”. Invece a parole qualcuno protestò, ma la settimana della moda divenne, per due tornate, di QUATTRO giorni. Tutti contenti in Condé Nast America, disastro per l’immagine di Milano e per il suo indotto (che conterà pur qualcosa, a proposito di “comunità” e di sistema!)

Ma veniamo al merito: leggo ad esempio sull’Independent l’articolo “No new blood and no fresh ideas: How do you solve a problem like Milano?” (http://www.independent.co.uk/life-style/fashion/features/no-new-blood-and-no-fresh-ideas-how-do-you-solve-a-problem-like-milano-9746421.html). Nel pezzo si mettono insieme elementi di stile a dati economici (il calo dell’utile di Prada, relativo peraltro al primo semestre, che non ha niente a che vedere con dei vestiti per la P-E del 2015) e si dice che mancano le nuove idee. Primo, i “critici” di moda, come sostanzialmente tutti i critici (di libri, teatrali, musicali ecc) esprimono il LORO gusto, non valori assoluti. E questo è già un limite. Secondo, nel pezzo non si parla delle reazioni dei buyer, cioè le persone che hanno visto le sfilate e fatto gli acquisti per i loro negozi. Come sa chiunque li abbia sentiti (sono seduti in prima fila, non ci vuole un giornalista d’inchiesta per stanarli), sono tutti molto contenti. Sanno che ciò che hanno visto e comprato nei negozi si venderà. E la moda è fatta per essere venduta e indossata, non per essere oggetto di dissertazioni filosofiche. Terzo (last but not least), ci sono le perenni critiche al fatto che “mancano i giovani”. E qui rispondo in due modi:

1) Di giovani è pieno, ma moltissimi lavorano negli uffici stile, perché non è detto che siano tutti così narcisi da voler avere un proprio marchio
2) Qualcuno vuole cominciare a chiedersi quanti nuovi marchi/stilisti/aziende può assorbire il mercato, per quanto allargato dalla globalizzazione? E’ come se ogni anno si pretendesse che nascessero VENTI nuovi marchi di cibo, detersivi, saponette o di qualsiasi altro oggetto che consumiamo. Il rinnovamento, nella moda, è intrinseco. Ogni stagione i marchi (almeno quelli di successo) ci stupiscono, ma non necessariamente travolgendoci. Trovo sia infantile o tuttalpiù adolescenziale pretendere il nuovo per il nuovo.

  • Giulia |

    @tutti
    grazie davvero per aver letto con tanta attenzione e per i complimenti
    questa volta mi son proprio arrabbiata…

  • stefano |

    completamente d’accordo con te.
    …ma io che sono un po’ più nazionalista di te e pure un po’ più uomo della strada di te sarei stato anche più duro con questi anglosassoni che parlando di Moda si arrogano il diritto di porsi su un piedistallo più alto del nostro. A che titolo? Con quali meriti maggiori dei nostri?
    Purtroppo il savoir faire della moda e delle pr ad essa legate non lo permette, ma una citazione a caso dal “Marchese del Grillo” di sordi se la sarebbero meritata tutta.

  • gigio |

    @Giulia, bellissimo articolo… !!

  • mic |

    Ho salvato l’articolo in Evernote!. Un’analisi lucida e concreta di chi sa leggere ( e scrivere) oltre.

  • mic |

    Ho salvato il tuo articolo in Evernote. Come sempre una’analisi lucida e concreta, di chi sa leggere (e scrivere) oltre.

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