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Data journalism e moda: qualche spunto

Sono a Ferrara per il Festival del giornalismo di Internazionale. E’ la seconda volta che scrivo questo post, perché venti minuti fa, quando stavo per pubblicarlo, l’ultrasimpatico Safari “si è chiuso inaspettatamente” e tutto è andato perduto. sensazione orribile. Ma visto che sono come mio solito in anticipo per il prossimo incontro a cui ho deciso di partecipare, con David Randall, che racconterà dei suoi 40 anni di professione, ho pensato di riscrivere il post.

Stamattina ho partecipato al workshop “Quando i dati aiutano a capire il mondo“, condotto da Alessio Cimarelli e Andrea Mauro ed è stato molto interessante. Domani e domenica ci saranno altre due “puntate” di tre ore. Ammetto che per la prima mezz’ora ero come disturbata da un retropensiero che mi tormenta ogni volta che sento parlare di “data driven jounrnalism”. Perché secondo me non esiste giornalismo senza dati, numeri, fatti, storie, fact checking. Quindi “data driven journalism” suona alle mie orecchie come una tautologia, come uno dei (troppi) imbrogli linguistici dei nostri tempi. Se mancano dati, numeri, fatti, storie, fact checking, non c’è giornalismo, per come la vedo io. E non è detto che ogni articolo debba essere infarcito di numeri. Ma anche quando i numeri non ci sono, i fatti non sono ricordati in modo pedante e cronologico, il pezzo, l’articolo, sarà credibile e anzi degno di tale nome solo se nella testa, nel cuore, nell’esperienza del giornalista che scrive ci sono, appunto, i “dati”. Mentre pensavo a queste cose immaginavo qualcuno che mi dicesse: “ma come la mettiamo con articoli o interviste o reportage in cui il giornalista, ad esempio, racconta un incontro con una persona, con uno scrittore?”. per me, anche in quel caso, la qualità dell’articolo viene da quanto il giornalista ha “studiato” prima di fare l’incontro o il reportage. e di quanto ha poi “elaborato” le informazioni che aveva con quelle che ha raccolto.

Su twitter @guidoromeo ha suggerito di parlare di “evidence based journalism”. Si potrebbe fare, certo. Gli autori del workshop e fondatori del sito dataninja.it hanno giustamente detto che oggi la tecnologia offre possibilità nuove: i dati possono essere raccolti, classificati o riclassificati e volendo diffusi in modi impensabili fino a decenni fa. Poi però hanno citato un libro del 1968 (tradotto in italiano nel 2006… vorrà dire qualcosa? per me conferma che questo è il paese dei tuttologi, degli opinionisti, non dei “fact checkers”) di Philip Meyer, nato da un articolo che al giornalista americano, nel 1967, valse il Pulitzer. Il libro si intitola “Precision journalism” e parla dell’importanza di partire dallo studio dei dati per scrivere articoli, dove magari poi i numeri vengono citati appena.

Scrivendo di moda per Il Sole 24 Ore, che è per definizione un esempio di “data driven newspaper”, non credo di aver mai scritto un pezzo dove, esplicitamente o implicitamente, i numeri, i dati, i fatti, non fossero alla base di tutto. Parlando con Paola Bottelli – che è da SEMPRE, non da oggi, non da ieri, una vera campionessa del “data driven journalism”, nel senso che credo non abbia mai scritto un pezzo non suffragato da dati – abbiamo scherzato spesso sul fascino che esercitano su di noi i report degli analisti, infarciti di numeri e statistiche. E su come ogni volta ci viene voglia di scriverci un pezzo…

Del resto, fascinazione per i numeri a parte, è anche vero che se un giornalista conquista la fiducia dei lettori, dimostrando negli anni coerenza, costanza, affidabilità, magari pure ammettendo gli sbagli quando li fa (può capitare!), non deve necessariamente infarcire i suoi pezzi di dati. Però quei dati sono alla base di tutto. Internet in questo ci offre una grande opportunità: penso che a volte sulla carta potremmo scrivere pezzi più brevi, che rimandano a ulteriori dati e statistiche o magari infografiche animate che noi stessi possiamo mettere sul web. Possiamo condividere i dati, insomma, ma firmarne l’interpretazione o la semplice esposizione.

Per quanto riguarda il giornalismo di moda però penso anche ai reportage dalle sfilate. E penso che in fondo, anche in questo caso, nessun articolo degno di questo nome prescinde dai dati, dalla realtà, dal fact checking. Penso al “nostro” @mrflaccavento, ad esempio. Siede nelle prime file delle sfilate, se non è fisicamente presente non vuole scrivere una riga, non gli basta certo la cartella stampa distribuita con ore di anticipo e non gli bastano le foto di preview. Lui vuole vedere, osservare, sentire (spero Angelo non me ne voglia, di questa “lettura” del suo lavoro). Poi “incrocia” dentro di sé dati che non sono numerici, ma hanno altrettanta forza. Confronta con altre sfilate, altre stagioni, vede collegamenti o fa collegamenti. Anche il suo è “evidence based journalism”.

Detto tutto questo, il workshop di oggi mi ha fatto riflettere su come potremmo usare, per scrivere di moda e stuzzicare l’interesse dei lettori (quante volte li dimentichiamo!) i dati in modo diverso. Come hanno detto anche oggi i ragazzi di dataninja, tutto inizia sempre con una “scintilla” giornalistica, un’intuizione, il desiderio di comunicare quella che si ritiene una notizia. Proprio oggi sul Venerdì di Repubblica ho letto un articolo che parla di una polemica scoppiata in Brasile. Riguarda il numero, bassissimo a quanto pare, di modelle nere sulle passerelle delle fashion week brasiliane o nelle pubblicità brasiliane e addirittura negli sceneggiati tv. Un dato che stride con il fatto che il 57% della popolazione femminile del Brasile è fatto da donne nere o mulatte. Così ho pensato che si potrebbe calcolare quante modelle nere/bianche/asiatiche ci sono in ogni fashion week, specie nelle 4 più importanti: New York, Londra, Milano e Parigi. Poi si potrebbero confrontare questi dati con le percentuali di donne bianche/nere/asiatiche che vivono, ad esempio, nel paese in cui si è svolta la settimana della moda.

Al pezzo si possono aggiungere commenti e opinioni, ma forse in questo caso i dati parlerebbero da soli.

Mentre aspetto David Randall e dopo aver riletto queste righe, concludo che la tecnologia ci può aiutare a maneggiare meglio i dati e che noi giornalisti, così spaventati dal futuro e dalla paura che il nostro lavoro sparisca, dovremmo capire che invece è proprio questo il nostro ruolo: studiare, selezionare, riflettere e far riflettere i lettori che desiderano farlo. Con l’aiuto dei dati, non scodellando dati. Quello può farlo un pc.

E penso a una frase attribuita a Churchill: ci sono due tipi di bugie. Le bugie e le statistiche.

  • Alessio Cimarelli |

    Condivido in toto, anche se ci tengo a sottolineare due aspetti: è ovvio che qualsiasi prodotto giornalistico (e non solo) ha alla base delle informazioni (in senso lato), ma che i dati di cui si parla nel data journalism sono qualcosa di più, implicano un processo di misura, più o meno esplicito. Il caso di @mrflaccavento e le sfilate di moda non è secondo me pertinente, a meno che non si metta a contare come dici dopo le modelle in base al “colore della pelle” facendo un confronto con l’analogo conteggio nella popolazione del territorio.

    L’altro aspetto è nascosto nella parola “driven”: il data journalism si caratterizza dal fatto che la storia e la notizia emergono (o vengono estratti) dai dati e dall’analisi dei dati, non basta scrivere un pezzo inserendo delle statistiche prodotte da qualcun altro. Non basta parlare di numeri, bisogna usare quei numeri. Ecco perché la metodologia e anche alcuni procedimenti sono affini alla ricerca scientifica, quella dei laboratori.

    Detto questo, certo che il termine “data journalism” è il classico imbroglio linguistico dei nostri tempi! 🙂 Un giornalista fa il suo mestiere, che debba raccogliere e riportare le dichiarazione di un politico o analizzare dei dati. Poi ci sarà chi è più bravo a cogliere le sfumature di una dichiarazione e chi ad analizzare i dati. Ma non sono diversi come approccio metodologico (o forse non dovrebbero esserlo).

    ps. il workshop è stato condotto anche da Gianluca De Martino, anche se non risulta dalla pagina web… 🙂

  • Luigi Liao |

    Intervento apprezzabile. Devo tuttavia rimarcare che l’esortazione ad un giornalismo data driven (o steered) è comunque salutare. Molta stampa tradizionale, soprattuto nell’ambito della stampa tecnica di settore, spesso è pura ristampa di veline diffuse da uffici stampa. Anche se non c’è l’intestazione AZIENDE INFORMANO. Anche servizi famosi come REPORT di Rai 3 a volte ha dimenticato il data checking. Perchè è molto faticoso e richiede skills che i giornalisti spesso non hanno, o perchè è più semplice riportare le voci che vengono da fonti presuntamente affidabili. Alludo qui al mito dei cinesi che non muoiono mai. Se REPORT avesse visitato il Cimitero Monumentale o quello Maggiore avrebbe trovato i nomi dei cinesi lì sepolti negli anni Sessanta, Settanta,….Invece si è dato orecchio ad una vocina che veniva dalla Francia, prima ancora che Saviano scrivesse il suo best seller. Con internet, l’esigenza di controllo è cresciuta. Le voci che circolano sono tante. Solo l’onestà intellettuale, etica ed eventualmente giuridica salva la professionalità del giornalista. Nei limiti concessi dalla professione. Anche in quelli molto edulcorati raccontati da The Newsroom di Aaron Sorkin.

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