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Il senso di Michelle Obama per la moda: un workshop alla Casa Bianca

“Oh, ma certo ho capito: tu pensi che questo non abbia niente a che vedere con te. Tu apri il tuo armadio e scegli, non lo so, quel maglioncino azzurro infeltrito per esempio, perché vuoi gridare al mondo che ti prendi troppo sul serio per curarti di cosa ti metti addosso, ma quello che non sai è che quel maglioncino non è semplicemente azzurro, non è turchese, non è lapis, è effettivamente ceruleo, e sei anche allegramente inconsapevole del fatto che nel 2002 Oscar de la Renta ha realizzato una collezione di gonne cerulee e poi è stato Yves Saint Laurent se non sbaglio a proporre delle giacche militari color ceruleo. E poi il ceruleo è rapidamente comparso nelle collezioni di otto diversi stilisti. Dopodiché è arrivato a poco a poco nei grandi magazzini e alla fine si è infiltrato in qualche tragico angolo casual, dove tu evidentemente l’hai pescato nel cesto delle occasioni. Tuttavia quell’azzurro rappresenta milioni di dollari e innumerevoli posti di lavoro, e siamo al limite del comico quando penso che tu sia convinta di aver fatto una scelta fuori dalle proposte della moda quindi in effetti indossi un golfino che è stato selezionato per te dalle persone qui presenti… in mezzo a una pila di roba.”

Ricordate questo mini monologo di Miranda Priestley-Meryl Streep ne “Il diavolo veste Prada”? Non ho mai verificato se fosse tratto pari pari dal libro o se fosse il guizzo degli sceneggiatori. Ma mi era sembra e mi sembra anche oggi molto efficace: è vero che la moda ci influenza anche se non lo sappiamo e che la moda è a tutti gli effetti parte della società e della cultura di ogni tempo, nel senso più ampio del termine. Basterebbe questo per giustificare l’attenzione al sistema moda in qualsiasi Paese. In Italia poi questa attenzione – in particolare da parte delle istituzioni – avrebbe ancora più senso visto il peso del sistema sull’economia (600mila le persone impiegate direttamente, un surplus commerciale di oltre 30 miliardi di euro, per non parlare del valore della moda per l’immagine dell’Italia all’estero). Eppure questa attenzione spesso manca, sia nella forma sia nella sostanza.

</span></figure></a> Il direttore di Vogue America Anna Wintour con la First Lady Michella Obama
Il direttore di Vogue America Anna Wintour con la First Lady Michella Obama

Mi ha molto colpita anche per questo l’iniziativa di Michelle Obama, che l’8 ottobre ha ospitato alla Casa Bianca (nella East Room, per la precisione), un “workshop sulla moda”. A questo link trovate il testo del “discorso” fatto dalla First lady.

Michelle Obama ha invitato i suoi stilisti preferiti e selezionato 150 studenti delle scuole di design per questo primo workshop, che potremmo tradurre con “laboratorio di educazione alla moda”. Professori per un giorno, tra gli altri, sono stati Zac Posen (da pochi mesi anche direttore creativo di Brooks Brothers per le collezioni donna, oltre che proprietario del marchio che porta il suo nome e che sfila a New York), Sara Blakely, la fondatrice della Spanx, la casa di collant amata dalle star, Diane von Furstenberg, stilista con il marchio omonimo e presidente del Cfda, la Camera della moda americana.
Michelle non ha indossato il suo amato Jason Wu né J.Crew, marchio di “casual luxury” molto amato dalla First Lady, ma un abito color zaffiro (nella foto) disegnato da una studentessa, Natalya Koval. Special guest del workshop è stata Anna Wintour, che ha tenuto una lectio sull’importanza dell’industria della moda.
Sarebbe bello che anche in Italia cadessero i piccoli grandi pregiudizi che circondano la moda e si aprisse una nuova stagione di attenzione – e rispetto – per un mondo fatto anche, come ha capito Michelle Obama, di scuole, sogni di chi le frequenta, passione di chi vi insegna. Elementi che si aggiungono, come ho detto all’inizio, al fatto che in Italia la moda è anche un pilastro economico. E’ chiedere troppo?
  • alberto |

    riporto un link ad un interessante video già postato nel blog di Paola Bottelli:

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