Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Altre riflessioni sul caso Moncler (aspettando, se ci saranno, le considerazioni dell’azienda)

Sono convinta che nei prossimi giorni – forse persino in occasione della prossima puntata di Report – Moncler ribatterà alle accuse mosse da Milena Gabanelli e dai suoi collaboratori. Nel frattempo aggiungo alcune considerazioni, legate sia ai commenti arrivati al post di ieri, sia al post di Chiara Beghelli sul suo blog Colibrì, sia, last but not least, al fatto che mi sono riguardata la trasmissione, che in alcuni punti non mi aveva convinta, dal punto di vista giornalistico, già ad una prima visione.

Partiamo dalle considerazioni di Chiara: sono perfettamente d’accordo con lei quando dice che tutte le aziende di moda e lusso, dalle catene del fast fashion ai produttori di alta gioielleria, dovrebbero avere un codice etico, condividerlo nel modo più chiaro possibile con tutti i cosiddetti stakeholders e, auspicabilmente, seguirlo. Sono anni che si parla di “CSR” (corporate social responsibility) e, sbagliando, dò quasi sempre per scontato che la maggior parte delle aziende, piccole e grandi, quotate e non, abbiano capito l’importanza del tema. Era il 22 gennaio del 2005 (quasi dieci anni fa) quando l’Economist pubblicò lo special report “The good company”: nella prima riga dell’articolo principale del report si diceva che “negli ultimi dieci anni era sbocciata (SIC) l’idea di CSR”. Temo che quello dell’Economist fosse un wishful thinking. O forse l’opinione pubblica mantiene un esagerato scetticismo nei confronti delle aziende. Siamo più realisti del re al contrario, per così dire. Non crediamo che l’impegno delle aziende sia sincero o non crediamo neppure alle parole dei manager, persino quando ci vengono forniti dati e certificazioni (questo però è un tema delicato: ricordiamoci sempre che gli enti certifiicatori sono spesso pagati dai certificati per i loro servizi: per quanto seri, il rischio che vengano omessi dei dati esiste).

@ruby e @disilluso, ad esempio, sembrano non prendere neppure in considerazione l’impegno delle aziende, a partire dalla Moncler. Forse io sarò ingenua, ma invece ci credo, specie quando ho guardato negli occhi le persone che le guidano, queste aziende. Penso che moltissime aziende, a partire da Moncler, facciano davvero degli sforzi per non “frodare” i consumatori, oltre a tutti gli altri stakeholders, azionisti in testa. Nel merito della certificazione della provenienza delle piume, come ho detto ieri e come ripeto ora, aspetto una replica dell’azienda. Posso solo dire, nel frattempo, che conosco Remo Ruffini (la prima intervista che gli feci è del 2006 e ne sono seguite davvero tante altre), come uomo onesto e trasparente. Penso addirittura che la risposta “tardiva” a Report di cui parlavo nel post di ieri sia da attribuire anche a un suo “stordimento”. Deve essere rimasto annichilito dalle accuse e dai toni della trasmissione di domenica. Era abituato troppo bene, dirà qualcuno. In parte forse è vero: sono anni che di Moncler scriviamo tutti solo in termini positivi. Ma i motivi c’erano tutti. Come dicevo, seguo Moncler dal 2006, spinta forse anche da una punta di nostalgia della mia adolescenza: sono del 1969 e negli anni 80 i piumini arancioni, verdi e gialli erano l’oggetto del desiderio di tanti di noi, con un’impellenza che solo i desideri dei 16 anni possono avere. Ricordo il mio disappunto quando i miei genitori si rifiutarono di comprami un nuovo piumino di quei colori (io l’avrei voluto verde, per la precisione), dicendomi che quello che avevo, rosso, come usavano la maggior parte degli sciatori seri (infatti era stato un regalo di mio zio, che in gioventù aveva rischiato di diventare maestro di sci), doveva “bastarmi e avanzarmi”. Ma io non volevo il colore dei grandi o degli sfigati… volevo il verde… Vabbè, fine dell’amarcord. Dicevo che ho seguito l’evoluzione dell’azienda: quando Ruffini comprò il marchio il fatturato era quasi a zero. In meno di dieci anni siamo arrivati a mezzo miliardo, praticamente (218 i ricavi del primo semestre, ma quelli del secondo dovrebbero essere più alti). Non può essere casuale né dovuto a scorciatoie di delocalizzazione.

E veniamo infine a come è stata costruita, giornalisticamente, la trasmissione: non mi è piaciuto il confronto con Brunello Cucinelli, un altro imprenditore che ho intervistato molte volte e che stimo immensamente. Il mio punto è un altro: Report li ha messi insieme, Cucinelli e Ruffini, in un confronto che sembrava tra mele e pere. E questo che non mi è piaciuto. Se intervisti i dipendenti di Cucinelli, devi sentire anche quelli di Moncler, soprattutto se hai imbastito l’intera trasmissione mettendo a confronto le due aziende come se una (Moncler) fosse “il cattivo” e l’altra (Cucinelli) fosse il “buono”. Se parli dei premi di produzione o di quelli una tantum che ha dato Cucinelli, devi parlare anche di quelli di Moncler. Se cerchi di spiegare i ricarichi di Moncler, devi farlo anche con quelli di Cucinelli. Anzi, giornalisticamente, sarebbe stato corretto spiegare come funzionano in generale i ricarichi dell’industria del lusso. E spiegare come, lungo la filiera, il prezzo lieviti: quello di produzione è certamente lontanissimo da quello di vendita (non solo nella moda e nel lusso), ma va analizzato nei dettagli perché. Se infine parli dei terzisti di Moncler, senti anche quelli di Cucinelli. Magari il confronto sarebbe stato tutto a favore di Cucinelli, ma il problema è che il confronto non c’è stato, in realtà. Riguardandola, ho avuto la sgradevole impressione che si sia trattato di una trasmissione “a tesi”. Una tesi formulata prima di svolgerla. Con alcuni accorgimenti molto furbi (un aggettivo che per ma ha sempre un’accezione negativissima), come l’aggiunta del filmato su Renzi o l’intervento del produttore licenziato, che racconta di essere stato licenziato perché Moncler voleva risparmiare sui costi. Ma io, a freddo, adesso vorrei sentire da Moncler perché è stato licenziato. I motivi potrebbe anche essere altri, i contratti di sub fornitura sono piene di clausole che l’azienda pugliese potrebbe aver violato.

Milena Gabanelli dice di avere tutte le prove a sostegno delle accuse mosse a Moncler. Io aspetto, da giornalista, da spettatrice e, perché no, da cliente di Moncler, di vederle. E aspetto anche una replica più dettagliata di quella fornita lunedì da Moncler. Volendo essere comunque ottimista,la trasmissione forse servirà, per tornare al post di Chiara, a farci diventare consumatori più consapevoli. Ma, nello specifico, urgono approfondimenti.

  • alberto t. |

    …siamo immersi in un idromassaggio con bagnoschiuma comunicativo… tante, tutte, bolle.

  • Giulia |

    @biba

    sembrerebbe proprio così: tutto si è sgonfiato, il che farebbe quasi pensare che Moncler abbia avuto “ragione” a non reagire. Forse è vero che ai clienti del marchio non importa avere rassicurazioni sulla provenienza delle piume e sulle altre questioni. O forse Report è meno autorevole o influente di quel che si pensi. In entrambi i casi e più in generale, mi intristisce la superficialità di tutto: delle accuse – come ho spiegato nel post – e delle reazioni. forse ancora è il nostro “attention span” che cala. colpa di internet, che ci propone ogni giorno troppe notizie/novità/scandali? Non so, davvero

  • biba |

    a quasi un mese dagli eventi…

    tutto dimenticato, nessun follow up?

    com’è andata a finire?!

  • biba |

    la corporate social responsibility…noi auditiamo i nostri fornitori, ed i nostri clienti auditano noi…

    e riportiamo i numeri e i KPI dagli anni settanta.

  • mic |

    @Gigio è lo stesso..un uso improprio del MADE IN a danno di tutti o in altri termini sofisticazione merceologica

  Post Precedente
Post Successivo