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Il negozio più bello del mondo (secondo me) nasce dall’incontro tra due visionari: un ebanista e un ambasciatore del lusso

Ieri sono andata all’inaugurazione del primo negozio Caruso in Italia (il primo in assoluto è stato quello di New York, aperto due mesi fa). Si trova in via Gesù 4, all’inizio di quella che oggi verrà ufficialmente battezzata “Via dell’Uomo”, come ho scritto nell’articolo uscito oggi sul Sole 24 Ore che trovate a questo indirizzo. Nell’articolo ho parlato di Caruso come brand di abbigliamento maschile di alta gamma e ho solo accennato al negozio, che in realtà mi ha colpita moltissimo e che penso sia il più bel negozio che io abbia mai visto. Non so da dove iniziare a spiegare perché o a descriverlo e la cosa migliore è andare a vederlo con i propri occhi, ma provo lo stesso a proporre qualche suggestione. Partendo da questo: è nato grazie all’incontro di due visionari, nel vero senso del termine. Due uomini che hanno un progetto chiaro per il loro lavoro e forse anche per se stessi che sembra coincidere con una più ampia visione del mondo, con un’idea di dov’è il loro piccolo grande posto nel mondo. Parlo di Umberto Angeloni

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, presidente e amministratore delegato di Caruso nonché ideatore della Via dell’Uomo e di Giuseppe Amato, ebanista-architetto-biologo, che ha lavorato con Angeloni al negozio di via Gesù.

Conosco entrambi da molto anni: Angeloni l’ho intervistato parecchie volte, anche prima che arrivasse in Caruso (2009). Lavora da moltissimi anni nel settore del lusso ed è stato anche ad di Brioni (e, ironia della sorte, il negozio Caruso è proprio accanto a quello di Brioni e occupa gli spazi che prima erano di Brioni donna, un business, quella delle collezioni femminili dell’azienda che oggi è parte del gruppo Kering in via di, diciamo così, ridefinizione).

Amato invece lo incontrai per la prima volta nel 2008 a Milano: aveva creato il “Nautoscopio”,  la più originale delle installazioni inserite in Greenergydesign, l’evento allestito da Interni nei cortili dell’Università statale e che ogni anno, rinnovandosi sempre, riserva piacevolissime sorprese. “L’idea del Nautoscopio mi è venuta in mente guardando, sulle pagine di una rivista, l’immagine di una struttura progettata da Frank Lloyd Wright che troneggiava nel deserto dell’Arizona”, mi aveva detto Amato, classe 1970, alla Statale.  Il Nautoscopio era una sorta di “casa-osservatorio” completamente eco-compatibile.

Nel negozio di via Gesù c’è qualcosa di quella installazione e anche molto di più. Il legno è protagonista su pareti e in alcune stanze anche per i pavimenti, mentre all’ingresso c’è un tipo particolare di cotto. Gli specchi sono anticati, le luci soffuse ma pronte a mescolarsi con quelle naturali (al centro della prima stanza c’è un lucernario dal quale si intravede l’hotel Four Seasons, che una volta era un convento, altro posto magnifico del centro storico di Milano). Alle pareti – mi hanno spiegato – c’è un intonaco “frattazzato”, quello tipico dei casolari padani, è grigio-verde e, pare, indistruttibile dalle intemperie. Il pavimento è una colata di cocciopesto, detto “pastellone” dagli  artigiani veneti che l’hanno steso a mano ed oliato, mescolandolo con scaglie di terracotta frantumata. Una tecnica che – mi hanno detto – è ormai in disuso dai tempi di Palazzo Fortuny a Venezia ed è stata realizzata duecento anni dopo “su misura” per Caruso. Le “appenderie”, dove ci sono i capispalla – vero core business di Caruso – sono ispirate alle incastellature del celebre “Banco dei Pegni della lana” di Palermo, i mobili contenitori ed i complementi d’arredo sono tutti realizzati in un rovere speciale, pressoché introvabile, che proviene da tronchi d’albero “morti in piedi” cioè morti di vecchiaia e mai segati, con i loro segni dell’età, rinforzati con finiture in ferro antico.

Il clou però è l’opera-installazione commissionata a Giuseppe Amato, che ha lavorato anche al negozio Caruso di New York. Amato ha riprodotto, con qualche “licenza poetico-ebanista”, i meccanismi che movimentano i pachi e retropalchi dei teatri d’opera e in fondo al negozio c’è una “miniatura” della platea e palchi del teatro Regio di Parma, con tanto di lampadario fatto con bottoni di madreperla australiana… E’ un negozio di lusso e di un marchio del lusso, non c’è alcun dubbio. Ma che sollievo non vedere marmi, ottoni, specchi immacolati e opere d’arte (?) ovunque. Da Caruso c’è un’atmosfera calda, “cosy”, come dicono gli americani. Per non parlare del culatello che ieri veniva tagliato al momento (la sede dell’azienda è a Soragna, alle porte di Parma). Credo che il negozio Caruso farà riflettere sulla necessità di tornare a luoghi più “caldi”, più “comprensibili”, più “invidiabili”, oserei dire, dei templi del lusso che siamo abituati a vedere. Nel negozio Caruso non c’è niente che io potrei comprare per me (il brand è SOLO maschile) e forse non c’è niente che potrei comprare per gli uomini più importanti della mia vita, mio padre e il mio compagno, perché i prezzi sono decisamente sopra il mio budget. Ma so che ci tornerò volentieri, per assaporarne l’atmosfera avvolgente e tutta la bellezza che contiene, che va dai soffitti ai pavimenti, passando per tutto quello che c’è in mezzo.

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regio

  • gigio |

    @Giulia, la parola…miliardo viene usata troppo e spesso a sproposito…specie nei titoloni…in questo caso invece in modo errato !!
    il fatturato di queriot è di 1 milione e 600 mila euro ….

  • alberto t. |

    … e chissà che profumo!

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