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La “velvet mafia” nella moda: lobby gay o invenzione?

Domani centomila persone (o forse di più) si ritroveranno a Roma per il Gay Pride, la manifestazione dell’orgoglio lesbico, gay, bisessuale e transgender. Una manifestazione che, con nomi diversi, si tiene dal 1970. Dopo quasi 40 anni dai primi violenti scontri tra attivisti gay e polizia (giugno 1969 a New York) a che punto è la conquista delle pari opportunità per i non eterosessuali. Le cose non vanno molto bene.

Il 1° maggio di quest’anno Lord John Browne, amministratore delegato del gigante petrolifero Bp, ha rassegnato le dimissioni perché accusato dai feroci tabloid inglesi di aver nascosto, mentendo, la propria omosessualità. Ai vertici delle prime 100 aziende britanniche, americane, francesi, tedesche e ovviamente italiane non c’è alcun gay dichiarato. Eppure secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità tra il e il 10% della popolazione mondiale è omosessuale e i gay sono distribuiti equamente in ogni professione, classe sociale e latitudine geografica. Non è vero quindi che non ci sono gay nella classe dirigente, è vero che in pochi fanno coming out. A giudicare dal caso di Lord Browne, come dar loro torto?

L’unico ambito in cui il coming out sembra accettato è quello della moda. Ma nell’economia, finanza, sport e persino spettacolo (basti pensare al caso di Keanu Reeves o di George Michael) si può essere gay ma non si può dire.

In America, come sempre, in un certo senso sono più avanti: secondo alcuni esisterebbe una lobby gay (detta anche gay mafia o velvet mafia, mafia di velluto) che, almeno nella moda, nell’arte contemporanea e nel teatro, avrebbe grande potere. Se non sei gay, in altre parole, hai meno possibilità degli omosessuali. Non sappiamo se sia vero, ma il passaggio da vittime a carnefici non sarebbe una novità nella storia dell’homo sapiens.