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Le scarpe e l’arte contemporanea

Oggi sono andata a moderare un convegno dei giovani dell’Anci, l’associazione nazionale dei calzaturieri. Il tema era l’identità e il design. Sono venuti fuori molti spunti interessanti, ma la cosa che mi ha colpita di più è stato il racconto di uno storico e critico d’arte, che ha invitato tutti, in una sorta di esercizio di "pensiero laterale" a chiedersi perché l’Italia non produca più, da anni, artisti contemporanei che sappiano farsi conoscere a livello internazionale. Non ha proposto il binomio "arte-moda" né detto esplicitamente che le calzature possono essere una forma d’arte (anche se in parecchi casi è così). Era reduce, ha detto, da 8mila chilometri in macchina, percorsi per visitare la Biennale di Venezia e poi Dokumenta di Kassel (Germania) e Skulptur, sempre in Germania. Per una strana coincidenza che si verifica raramente le tre mostre quest’anno si svolgono contemporaneamente (Venezia si tiene ogni due anni, Dokumenta ogni 5 e Skulptur ogni 10). Il critico non ha trovato alcun italiano nelle due fiere in Germania e quelli presenti a Venezia (peraltro curata da un americano) sono italiani che vivono a New York. Perché, si è chiesto, siamo in questa situazione? Poiché all’inizio del convegno era stata riproposta l’idea di uno "stile di vita italiano" che continua ad attirare gli stranieri, il critico (facendo arrabbiare molti dei presenti) ha persino insinuato l’idea che forse lo stile di vita italiano dei secoli passati poteva essere affascinante ma che quello di oggi non lo è più tanto. In sintesi, secondo lui, non produciamo più arte contemporanea. E ricordatevi, ha detto, che Michelangelo, di cui adesso tutti ci sentiamo un po’ pronipoti, è stato un contemporaneo di qualcuno. E i suoi contemporanei gli riconoscevano grandezza e genio.

Ma è proprio vero che siamo rimasti senza artisti?