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Il libro che non ho scritto

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In questi giorni ho sfogliato molto spesso la prima edizione del Dizionario della moda, un libro curato da Guido Vergani uscito nel 1999 e poi aggiornato nel 2001. Guido è morto il 22 aprile del 2005, per un tumore al cervello: aveva solo 70 anni e lo spirito di un ragazzo entusiasta della vita e delle persone, nonostante le tante delusioni che aveva subito e le difficoltà che aveva incontrato. Mi capita spesso di pensare a lui, era un gentiluomo coltissimo, un giornalista appassionato che si era occupato di tutto, dalla cronaca milanese, alla musica, dalla letterattura alla moda. Era stato anche compagno di scuola di mio padre, al Parini, e quando si incontravano finivano col parlare dei professori che li avevano terrorizzati e del sogno ricorrente che ogni tanto ancora avevano: qualcuno bussava alle loro porte per annunciare che la loro maturità era stata "irregolare" e che avrebbero dovuto rifarla. perché ogni cosa che avevano fatto dopo (laurea, esami di stato, matrimoni ecc.) risultava annullata. entrambi tremavano, sconvolti, non all’idea di aver perso titoli accademici e quant’altro, ma all’idea di dover affrontare per una seconda volta gli esami di maturità al Parini. Pensando a Guido mi torna uno dei pochissimi, autentici, rimpianti, della mia vita: non aver mai messo mano sul serio al libro che favoleggiavamo di scrivere insieme. Sarebbe stato una sorta di pamplet sulle "mode assurde", sulle torture a cui le donne (e sempre più anche gli uomini) si sottopongono pur di essere "trendy". dalle minigonne in inverno agli scaldamuscoli in estate (ve li ricordate?), dai pantaloni a vita bassa al cerchietto per gli uomini.

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Questo è il pezzo che scrissi per Il Sole-24 Ore il giorno in cui Guido morì. Non avevo mai scritto un necrologio e la sensazione fu strana, quasi spiacevole. Perché quello era il momento del dolore e invece dovetti concentrarmi anche sulla forma di quello che scrivevo. C’era un pizzico di vanità giornalistica, nel voler scrivere quel breve pezzo nel migliore dei modi possibili, che mi fa provare disagio anche solo al ricordo.

"E’ morto ieri, a 70 anni, Guido Vergani. Era un grande giornalista e scrittore, un milanese verace nato in una famiglia d’artisti, con lo sguardo aperto sul mondo e La Scala nel cuore. Era un uomo gioviale e un amico sincero. La sua voce (<l’unica cosa davvero bella che ho>, diceva ridendo) negli ultimi tempi si era fatta più roca, si stancava più facilmente, per via della malattia, un brutto tumore che ha combattuto insieme alla moglie e ai figli. Eppure fino all’ultimo ha firmato la sua rubrica <Il milanese> sul <Corriere della Sera>, ha partecipato a incontri e presentazioni di libri, persino a qualche sfilata di moda. Perché Guido  Vergani, figlio di Orio, una delle firme più prestigiose che via Solferino abbia mai avuto, e nipote di Vera, una delle più grandi attrici di teatro del secolo scorso, era un uomo colto, ma forse non gli sarebbe piaciuto essere definito <intellettuale>: amava la cronaca, il costume, la vita della città anche nei suoi aspetti più semplici. Nella sua lunga carriera giornalistica ha lavorato per <Repubblica>, <La Stampa>, <Panorama>; dal 1997 era tornato al <Corriere>.
Ha scritto molti libri ed è stato custode della memoria del padre e del fratello Leonardo, anch’egli giornalista, morto molti anni fa. Per i giornalisti più giovani Guido Vergani deve essere un modello: per la sua versatilità, la sua cultura e curiosità, per la sua sensibilità nell’affrontare anche i temi più delicati (come quello della droga, al quale ha dedicato appassionati interventi sui giornali e in pubblico). Per chi lo ha conosciuto di persona però, oltre che paziente e indulgente maestro, è stato soprattutto un amico affettuoso con una bellissima voce e un sorriso gentile".
(dal Sole-24 Ore del 23 aprile 2005)