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Prada-Alaia: niente dietrologia, please

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In Italia secondo me tendiamo a vedere complotti anche dove non ci sono, burattinai occulti e ragioni misteriose o scabrose dietro a fatti di cronaca che magari hanno una sola, semplice lettura. Sarò naif (tu vivi nel mondo dei puffi, mi diceva sempre un’amica), ma anche quando si tratta di affari mi piace credere alla spiegazione più semplice, che spesso è anche quella ufficiale. E’ quello che fa Cathy Horyn, un mio idolo giornalistico, fashion editor del New York Times e autrice del blog "On the Runway". Nell’ultimo post spiega che il fatto che Azzedine Alaia (nella foto di Jean-Luc Hure per il New York Times) si sia ricomprato il 100% del suo marchio da Prada (notizia di venerdì scorso), che lo aveva acquisito nel 2000, è quello che sembra: lo stilista e la casa di moda milanese si sono aiutati a vicenda, ma ora possono tornare ad agire in totale autonomia, senza vincoli formali. Alaia ha messo per sette anni a disposizione la sua creatività e il suo talento (e continuerà a collaborare con Prada per borse e calzature), Prada ha dato alla maison la tranquillità economica necessaria a continuare a lavorare in serenità e ha probabilmente aiutato Alaia a capire che oggi gli stilisti devono essere anche un po’ imprenditori, o comunque sapere come fare un budget e soprattutto come rispettarlo. Tutto qui, as easy as that. E’ un sollievo, leggere un post come quello di Cathy Horyn. Non dico che a volte non ci siano cose da scoprire o su cui sia interessante investigare o speculare. Ma a volte è altrettanto utile ricordarci del rasoio di Occam: la spiegazione più semplice, con meno orpelli, può essere quella giusta.