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Giornalismo buono e giornalismo cattivo

Nera
Ogni mattina, da qualche giorno, leggo con attenzione e dalla prima lettera del titolo all’ultima lettera dell’ultima riga, ogni pagina pubblicata sui giornali sull’omicidio di chiara poggi. mi ha colpito molto. e devo dire che è un sollievo che in agosto non ci siano i talk show, non sento affatto la mancanza degli speciali con ospiti in studio, ricostruzioni più o meno realistiche, criminologi e avvocati che si scannano tra loro ecc ecc.

Mi sembra che i giornali stiano facendo un buon lavoro, con qualche eccezione forse. ma credo anche che scrivere di cronaca nera sia una delle cose più difficili per un giornalista. un vero banco di prova. come esempio si può dare un’occhiata agli articoli nera scritti da dino buzzati (vi rendete conto che c’è stato un tempo in cui al corriere lui e montanelli erano nella stessa stanza e scrivevano per i lettori di allora… che invidia!), raccolti negli Oscar un paio d’anni fa. non tutti possono scrivere come buzzati!

detto questo, alcuni articoli letti in questi giorni mi hanno fatto riflettere, per l’ennesima volta, sul lavoro del giornalista. e, come faccio spesso, ho ripreso in mano "il giornalista quasi perfetto" di david randall, pubblicato nel 2004 da Laterza. un libro fantastico, che a volte vorrei sapere a memoria.

Randall
"Non esiste un giornalismo russo, polacco, italiano, francese, nigeriano, inglese, olandese, tailandese, finlandese, islandese, birmano, saudita o lituano.
Ci sono solo il giornalismo buono e quello cattivo.
Allo stesso modo, non può esistere un giornalismo di destra e uno di sinistra, o nazionalista, riformista, saparatista, federalista, ateo, femminista o materialista: nella misura in cui degli individui scrivono qualcosa che serva questa cause (o qualunque altra) non si tratta di giornalisti ma di propagandisti.
Ci sono solo il giornalismo buono e quello cattivo.
Non esistono nemmeno cose come il giornalismo di qualità e quello popolare; il giornalismo dei quotidiani autorevoli o quello dei tabloid. Non esiste il giornalismo commerciale o quello underground; quello di sistema o quello contrario al sistema.
Ci sono solo il giornalismo buono e quello cattivo.
(…)
Dovunque si trovino, tutti i buoni giornalisti cercheranno di fare la stessa cosa: un giornalismo intelligente, basato sui fatti, onesto nelle intenzioni e negli effetti, che non serva altra causa se non quella della verità accertabile, e scritto in modo comprensibile per i suoi lettori, chiunque essi siano.
(…)
I buoni giornalisti devono:

  • scoprire e pubblicare informazione che vadano a sostituire voci e illazioni
  • resistere ai controlli governativi o eluderli
  • informare l’elettore
  • analizzare quello che fanno e non fanno i governi, i rappresentanti eletti e i servizi pubblici
  • analizzare l’attività imprenditoriale, il trattamento che riserva ai lavoratori e consumatori e la qualità dei prodotti
  • confortare gli afflitti e affliggere chi vive nel confort, dando voce a quelli che di solito non possono far sentire la loro
  • mettere la società davanti a uno specchio, che rifletta le sue virtù e i suoi vizi, ma sfati anche i suoi miti più cari
  • assocurarsi che giustizia sia fatta, che lo si sappia in giro e che in caso contrario si indaghi
  • promuovere il libero scambio di idee, dando soprattutto spazio a coloro la cui filosofia è diversa da quelle dominanti

Se cercherà di raggiungere questi obiettivi, il buon giornalista servirà la sua società meglio dei funzionari pubblici più zelanti, perché non farà gli interessi dello Stato ma del cittadino: informandolo, gli conferisce potere".

  • Andrea |

    Ho comprato il libro di Randall a Perugia, al Festival del giornalismo, dopo una conferenza alla quale aveva partecipato.
    Da una parte, per uno come me ancora giovane, il libro è uno dei migliori manuali possibili, dall’altro è stimolante e incoraggia a fare sempre meglio.
    Sulla questione dell’omicidio, a me pare che quelli che stanno sbagliando sono i blogger che pubblicano fotomontaggi delle gemelle K. Non sono un esperto di giurisprudenza, ma credo che sia eccessivo l’accanimento contro le due e si sconfini il diritto alla satira.
    Andrea

  • Cristina |

    Aggiungo un commento, visto che il libro di Randall è anche uno dei miei preferiti.. E propongo la lettura di un altro David, questa volta Remnick, che come mestiere fa il direttore del The New Yorker. Il libro, Ritratti da Vicino, editore Feltrinelli, è uno spaccato di grande giornalismo. Ci ho fatto qualche riflessione sul mio blog http://www.criativity.com/2007/08/17/quanto-vale-il-silenzio, in seguito a una piccola diatriba giornalistica/radiofonica di cui vedremo forse i risultati su Nova24 di settimana prossima… Pubblicare o non pubblicare? Di che parlare, se tutti si azzuffano sulle stupidaggini. E come fare a pubblicare, quando sai che ti farai tanti nemici, a toccare temi spinosi? Bah…

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