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I love New York

Il giorno dopo essere arrivata a New York, sabato scorso, avevo buttato giù le impressioni su una delle prima sfilate che ho visto, quella di Y3. Poi sono stata travolta, dal fuso orario, dall’eccesso di novità e dalle troppe complicazioni per collegarmi dall’albergo. Così solo ora inserisco il mio pezzettino, che però riflette fedelmente, anche a distanza di qualche giorno, le mie impressioni sulla Fashion Week di Manhattan

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A Cathy Horyn non è piaciuta. Per una volta, alla fashion editor del New York Times, in questi giorni più star giornalistica che mai, è sfuggito qualcosa. La sfilata di Y3, il marchio disegnato da Yohij Yamamoto (nella foto qui accanto) per Adidas, agli occhi di chi viene a New York per questa fashion week, era bellissima. Non parliamo dei vestiti – quelli sono piaciuti anche alla Horyn – ma della location.

Yamamoto-Adidas è già di per sé una combinazione potenzialmente straordinaria: il colosso teutonico dello sport, unica azienda europea a tener testa a Nike a livello globale, e lo stilista-poeta giapponese (nella foto qui sotto, una scena di Dolls, con i costumi di yamamoto), uno che di sé dice: «Il falegname lavora con le mani per raggiungere l’essenza della sedia; io per arrivare a quella dell’abito». Infatti la collezione Y3, presentata sabato per la terza volta a New York, era affascinante: tute da ginnastica, magliette, canottiere, calzoncini e sneaker che uniscono funzionalità e stile sartoriale-concettuale.

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E la location era straordinaria: la corsia di entrata di un grande parcheggio sotterraneo di Manhattan. Ai lati, dietro ai gradoni per gli spettatori, si intravedevano i cartelli con le varie indicazioni per i proprietari delle auto. E più o meno in lontananza si udivano scricchioli di freni, sterzate, frenate, provenienti dagli altri piani del parcheggio, poi coperti dalla musica quando la sfilata è iniziata. L’asfalto era bagnato e irregolare, come ogni asfalto bistrattato che si rispetti. Ideale, comunque, per testare scarpe da ginnastica. Per entrare nella corsia del parcheggio, immersa in una penombra da film di Ridley Scott, le modelle e i modelli dovevano attraversare la strada: il backstage era nello stabile di fronte. Fuori c’era il sole, dentro al parcheggio veniva fatta scorrere, sulle pareti, una cascata artificiale di acqua. In passerella e tra il pubblico c’era di tutto: modelli di tutti i colori del mondo, modelle filiforme o forti e atletiche, scarpe da tennis minimali, con le immancabili tre linee dell’Adidas, e sneaker imbottite. Certo, chi è arrivato in ritardo si è bagnato: la pioggia artificiale è iniziata dopo che la maggior parte del pubblico si era accomodato. Vero, faceva un gran caldo e la luce non era perfetta. Però a New York molti sembrano aver capito che per far parlare di sé o affermarsi e crescere, una settimana della moda deve approfittare, forse anche interpretare, lo spirito della città che la ospita. Yamamoto e molti altri marchi lo fanno, scegliendo location che potrebbero essere solo a Manhattan, che danno alle persone un motivo in più per vedere le sfilate. Potrebbe essere un suggerimento per Milano, piena di luoghi spesso segreti e affascinanti, che sarebbero cornici ideali per le passerelle e forse le ridarebbero un po’ di smalto. La capitale mondiale del pret-a-porter non ha perso né il business né l’industria, come insinua qualcuno, e probabilmente non li perderà mai. Ma una ritoccatina al look, come direbbero gli americani, non potrebbe che giovare.