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Ancora sul mistero dell’anoressia

L'11 gennaio Dacia Maraini ha scritto un articolo sul Corriere della Sera sull'anoressia. L'articolo si intitolava "Quel male oscuro che toglie fame e sete". C'è qualcosa che rende difficile, evidentemente, trattenersi dallo scrivere di anoressia anche quando non si è né medici né personalmente coinvolti dalla malattia. L'anoressia non viene percepita, evidentemente, solo come una malattia. Vi immaginate infatti che qualcuno, Dacia Maraini o altri, scrivano un "commento" su una qualsiasi altra malattia, dall'ipertensione arteriosa cronica alla flebite, dall'acne al morbo di Crohn? Non mi sembra di ricordarne. Mi si potrebbe dire: ma l'anoressia viene considerata una malattia della psiche e quindi in molti pensano di poter elaborare sul tema. Ho i miei dubbi anche in questo caso: mai visti commenti che azzardino diagnosi o cause "cliniche" su malattie come agorafobia o schizofrenia, tanto per citare le prime due malattie della psiche che mi vengono in mente.

L'articolo della Maraini si chiudeva con queste parole: "Non voglio sostituire i giudizi degli esperti, ma rischio troppo se azzardo un parallelo? Come Caterina da Siena perseguiva la purezza, l' ascesi e l' amore tenerissimo per un suo sposo segreto che l' attendeva in cielo con le braccia aperte, non è possibile che queste ragazze (le malate di anoressia, ndr) esprimano con il loro rifiuto drastico del cibo e del sesso una sete drammatica e prepotente di spiritualità che i nostri tempi non sanno più dare?"

Non so nemmeno se giudicare l'articolo della Maraini un pregevole tentativo di spiegare e spiegarsi, l'anoressia. Ammettiamo che sia così. Resta l'anomalia: una scrittrice che si re-inventa medico. La cosa mi ha fatto molto pensare. L'ho scritto più volte, anche su questo blog: l'anoressia è un doloroso mistero per chi la vive, credo, e per chi la deve curare. E leggendo la Maraini ho notato un'altra anomalia. Credo che in pochissimi altri casi, forse in nessuno, la malattia diventi aggettivo, definendo così la persona, quasi irrimediabilmente. Non si parla di "ragazza o donna o ragazzo o uomo che soffre di anoressia". si dice più spesso "ragazza anoressica". O, peggio ancora, anoressica. Lo stesso vale per gli altri disturbi del comportamente alimentare, come bulimia e obesità. Anche in questo caso non ci sono "ragazze o ragazzi che soffrono di bulimia o obesità" ma più semplicemente "bulimiche, bulimici, obesi". Vi immaginate se ci mettessimo a parlare di "cancerosi" anziché di persone malate di cancro. O di "emorroici" anziché di persone che soffrono di emorroidi. O di "gastritici" o "colitici" anziché di persone che soffrono di gastrite o colite? I medici, forse, a volte usano termini come "infartuati" ecc, ma solo quando parlano tra di loro. E nemmeno sempre, tra l'altro. Perché questa identitificazione della persona con la malattia? Suona come una condanna doppia, alle mie orecchie. Mi si potrebbe forse dire che le malattie che hanno a che fare col cibo sono diverse e che il rapporto stretto con la nutrizione – che nella maggior parte delle persone, per fortuna, è magari complesso, difficile, ma non patologico – dovrà continuare per sempre, anche dopo la guarigione. Può essere, ma non sono convinta fino in fondo. Credo ancora nel potere delle parole. E nel caso di anoressia e bulimia, credo, la cautela aiuterebbe. Visto che spesso, in assenza di meglio, la terapia per i disturbi del comportament alimentare è proprio una terapia della parola.