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David Remnick, la moda sul New Yorker e lo “slow journalism”

 

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Sul Domenicale di ieri è uscito un mio articolo su David Remnick, mitico direttore del New Yorker. Uomo affascinante che in un'altra vita vorrei incontrare all'età di 20 anni. La carta stampata è un po' tiranna, bisogna sempre concentrare, tagliare, ridurre. Di seguito la sbobinatura quasi integrale della chiacchierata con Remnick, fatta a New York alla fine di marzo (qui accanto, una delle molte copertine disegnate da Lorenzo Mattotti per il New Yorker).

La notizia di oggi è il pay wall del New York Times. Cosa pensa dei siti di informazione a pagamento?
La verità è che i quotidiani hanno bisogno di un nuovo business model. Le edizioni giornaliere forse hanno ancora un futuro e restano un buon veicolo per la pubblicità, che però si indirizza sempre di più anche online perché cominciano a esserci ottimi riscontri. Per l’edizione della domenica dei quotidiani invece secondo me non c’è speranza. Negli Stati Uniti in particolare l’edizione domenicale è cresciuta a dismisura, ormai è difficile da spostare. Sembra il cadavere di un qualche strano animale in via di estinzione o già estinto.

 

Il New Yorker invece ha aumentato la diffusione, sia in edicola, sia in abbonamento, sia nella versione online a pagamento, sia nella versione iPad, come se lo spiega?
La versione cartacea non ha perso lettori e anzi ne ha guadagnati perché un settimanale come il New Yorker, grazie al suo formato e al suo peso, è ancora un ottimo esempio di tecnologia di stampa, di lettura, di diffusione di contenuti. Lo posso piegare, stropicciare, portare in borsa, scriverci un appunto se mentre sono al telefono qualcuno mi dice un numero che non riesco a memorizzare. E poi, certo, c’è il fascino della carta. Sono il primo a esserne ancora affascinato, ma capisco che per le nuove generazioni potrebbe non essere così. O forse non è già più così. Il vantaggio del New Yorker, sui contenuti, non dipende però da come lo distribuiamo oggi o lo distribuiremo in futuro. Siamo attenti alla cronaca, ma non dobbiamo seguirla ora dopo ora. Ci interessano le notizie, ma soprattutto ci interessa inserire un avvenimento in uno scenario più complesso. Ci piace cercare di capirlo, oltre che raccontarlo. Una cosa che i quotidiani, sia nelle versione online che soprattutto in quelle di carta, non riescono o non tentano neppure di fare.

Lei legge ancora i giornali?

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Lo faccio ancora, ma più per abitudine che altro. Da tempo ho ormai la sensazione di aver già sentito, visto, letto tutto da qualche altra parte. E in parte è così: stando davanti al computer molto tempo e guardando un po’ di notizie in tv alla sera, al mattino c’è ben poco da scoprire. Siamo in un’era di transizione, cerco di non vedere la tecnologia come un nemico, ma come un mezzo per fare qualcos’altro. Che nel nostro caso è buon giornalismo. Il mio non è un atteggiamento snobistico: la tecnologia mi incuriosisce, ma quello che mi interessa davvero è il giornalismo in sé.

 

Avete da sempre un bellissimo sito, dove fate anche podcast e persino una versione animata delle vostre famose vignette…
Quello degli animated cartoons è stato un esperimento, perché, come dicevo, sono interessato all’essenza del nostro mestiere, all’anima del New Yorker, che comprende anche i cartoons. E sono interessato a capire come la tecnologia può servire al nostro mestiere, può sostenere la nostra anima. Ma gli “animated cartoons” in realtà non mi sono piaciuti. Erano come dei cortometraggi animati, ma liofilizzati. Non mi hanno mai convinto. Per i podcast e i blog invece sono soddisfatto e sembrano esserlo anche i lettori. Quanto all’edizione per iPad, va perfezionata, lavorando anche sul prezzo, che in molti considerano troppo alto.

A proposito di lettori. Come si fa a capire cosa vogliono?

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Se qualcuno mi dicesse che sa esattamente cosa vogliono i lettori gli direi di tenersi queste preziose informazioni. A me non interessano. A parte il fatto che parlare di lettori, genericamente, ha poco senso. Andrebbero considerati uno per uno… Detto questo, è chiaro che spero che ogni numero del New Yorker incontri il favore del maggior numero di lettori possibile. Ma non perché abbiamo scritto quello che si aspettavano, ma perché li abbiamo sorpresi, appassionati, magari fatti arrabbiare. Più spesso incuriositi, stimolati, divertiti. A volte pubblichiamo pezzi talmente complessi o di argomenti talmente poco conosciuti o allettanti che so dal principio che li leggeranno in pochi. Gli altri li salteranno a piè pari. O forse li salteranno e poi magari ci ripenseranno e gli daranno almeno un’occhiata. Ma forse chi leggerà quegli articoli avrà davvero una nuova visione del problema, forse apriremo qualche finestra nella sua mente, forse addirittura gli cambieremo la vita, nel senso di atteggiamento, di visione. E’ così che io intendo il giornalismo. (Qui sopra, la copertina del New Yorker disegnata da Art Spiegelman per il numero uscito dopo l'attentato dell'11 settembre)

A proposito di reazioni “misurabili”. Qualche anno fa avete lanciato il caption contest. Sembrava dovesse essere un’iniziativa a tempo, dura ancora e ha un enorme successo. Se l’aspettava?
No, ma sono molto contento. Sono felice di qualsiasi cosa che incontri il favore, la reazione dei lettori. E poi, così come io ambisco a stupirli, sono molto felice se sono loro a stupire me.

Le vignette sono una componente storica del New Yorker. Come l’illustrazione. Però non sono in molti a utilizzarla. Vede il New Yorker come una specie di baluardo per questa forma di espressione, anche giornalistica?
Non mi sento il curatore di un museo, no di certo. Glielo ripeto: ogni scelta è funzionale a fare il miglior prodotto giornalistico possibile, seguendo le regole che ci siamo sempre dati come testata e che mi sono sempre dato come giornalista e ora come direttore. Detto questo, non credo che gli illustratori, almeno negli Stati Uniti, resteranno senza lavoro. Forse lavoreranno meno per giornali e riviste, ma sono ancora apprezzati e utili in molti altri campi: pubblicità, arte pubblica, poster per iniziative culturali private… Vedo un futuro più nero per i fumettisti: una volta quasi tutti i quotidiani americani li utilizzavano, ora quasi più nessuno. E’ un peccato, secondo me, e al New Yorker non vi rinunceremo mai, ma non posso salvare da solo una specie in estinzione. La stessa cosa sta succedendo per i racconti: a parte alcuni indiscussi giganti, come Alice Munro, nessuno scrittore coltiva più quest’arte. E i più giovani neppure ci provano. Ed è un peccato, non solo per il New Yorker.

Sul New Yorker appaiono anche inchieste su grandi eventi internazionali, guerre comprese. Anche questa è una cosa sempre meno diffusa…
Jon Lee Anderson in questo momento è in Libia, quando sarà pronto ce lo dirà e manderà il suo pezzo, che sarà frutto di giorni e giorni di lavoro, di incontri, di riflessione, di documentazione. La cronaca è importante e non potremo certo pubblicarlo tra un anno, ma non mettiamo fretta o limiti ai nostri giornalisti, dopo che gli abbiamo chiesto un certo tipo di pezzo.

A volte dedicate approfondimenti a personaggi del mondo della moda. Come li scegliete?
Non certo in base alla pubblicità che comprano sul New Yorker, se è a questo che pensava. In uno degli ultimi numeri abbiamo pubblicato un profile di Loubutin, uno stilista francese di scarpe molto famoso e di grande successo. E’ un personaggio strano, non esattamente una persona affabile. Che io sappia, non ha mai acquistato uno spazio pubblicitario sulla nostra o su altre riviste. Ma la sua storia ci ha incuriositi e il pezzo è molto interessante. Avrà sicuramente i suoi lettori. In passato ci siamo occupati anche di stilisti come Karl Lagerfeld, che tra l’altro si era molto arrabbiato per l’articolo, non si era riconosciuto nel ritratto che ne avevamo fatto. Pazienza. A me il pezzo era piaciuto. Qualche mese fa una nostra giornalista è stata molto tempo in Italia, per poi fare un pezzo su Brunello Cucinelli. Anni fa abbiamo fatto la stessa cosa con Diego Della Valle, in febbraio è uscito un altro profile di Tomas Maier, direttore creativo di Bottega Veneta. Anche in questo caso è stato necessario una visita in Veneto, una a Milano, una al suo studio negli Stati Uniti e moltissimo lavoro di ricerca. Ma è venuto un bellissimo pezzo, che credo abbia incuriosito tutti, anche persone che non conoscono il marchio o il mondo della moda. Anzi, forse sono stati proprio loro a goderselo di più. Forse dovremmo chiamarlo “slow journalism”.

E’ questo il segreto del New Yorker? Come definirebbe il New Yorker?
Una volta chiesero a Louis Armstrong cosa fosse il jazz e lui rispose che se non lo capisci ascoltandolo non ha senso provare a spiegartelo. Per le riviste, idealmente, dovrebbe essere così. Chi le conosce ne percepisce l’essenza, sa definire dentro di sé la loro anima. Chi non le conosce ma le prende in mano, dopo un po’ dovrebbe lo stesso tipo di emozione, di connessione emotiva e intellettuale.

Il New Yorker ha la sua anima, ma ogni direttore può aggiungere un suo tocco?
Sì, un tocco personale ci può stare. Penso al New Yorker come a una grandissima canzone, di quelle che in molti conoscono, che fanno parte della storia della musica e che possono essere interpretate dai talenti più diversi. La canzone è la stessa e tutti devono riconoscerla. Però chi la canta può dare una sua interpretazione, più o meno memorabile. Non è una cosa facilissima, comunque. Il New Yorker è famoso per pubblicare grandi prove letterarie, ad esempio. Il mio scrittore americano preferito vivente è Philip Roth. La cosa più semplice sarebbe cercare di pubblicare suoi racconti o brevi saggi o qualsiasi altra cosa. Da una parte ne sarei entusiasta, dall’altra mi sembrerebbe troppo scontato. La vera sfida è trovare nuove voci, scovare talenti.

Veniamo alla sua attività di scrittore. Ha scritto una monumentale biografia di Obama e saltuariamente scrive articoli su di lui. Le deve piacere, lo deve trovare davvero interessante…
Lo troverei interessante anche se non mi piacesse, anche se non fosse un bravo presidente. Trovavo George Bush interessante. Suppongo sia la stessa cosa con Silvio Berlusconi: non potete, come giornalisti, non essere interessati a quello che fa, dice, pensa. Suppongo che possa essere stancante, ma non avete altra scelta. Da americano, dell’Italia mi incuriosiscono misteri ancora più grandi, ad esempio come sia possibile che la vostra economia riesca comunque a crescere nonostante le zone grigie, sommerse, il sistema di pagamenti dilatati nel tempo che fa letteralmente impazzire le imprese americane e tedesche, che io sappia.

Torniamo a Obama. A due anni e mezzo dalla sua elezione l’entusiasmo è molto scemato…
Credo che uscire da uno stato di estasi sia una delle cose più dolorose che possono capitare nella vita. Vale anche per la politica. Con Obama era successo così, forse addirittura più fuori dagli Stati Uniti che non al nostro interno… Siamo ancora in una fase di transizione, di uscita dallo stato di estasi… Quanto a me, certo, ci sono molte cose che non mi piacciono di Obama. In politica estera, ad esempio, non mi è piaciuta la sua linea sull’Iran e non mi sono piaciute le esitazioni sulla Libia. Obama ha una sicurezza incrollabile in quella che lui crede essere una raffinatissima capacità di analisi e forse anche di strategia. Fin troppo raffinata, mi vien da dire… E quindi a rischio di non essere efficace.

Il New Yorker è letto in tutto il mondo ma ha una sezione amplissima su New York. Una città tanto affascinante che sembra ci voglia almeno un libro per raccontarla… Uno vostro collaboratore, Adam Gopnik, ha appena pubblicato un volume di 400 pagine…
Io sono perdutamente, irrimediabilmente innamorato di New York. Sono cresciuto in New Jersey, dall’altra parte del fiume, Manhattan la guardavo e, da che ne ho memoria, sognavo di trasferirmi, di viverci… Poi la vita, gli studi, la professione, mi hanno portato anche altrove, ho vissuto per lunghi periodi all’estero. Ma la verità è che considero questa città un posto magnifico in cui vivere e lavorare.

La copertina del numero dopo l’11 settembre, firmata da Art Spiegelman, è già entrata nella storia della grafica. Avete già in programma qualcosa per l’11 settembre 2011?Faremo sicuramente qualcosa di speciale. Di cui per ora non voglio raccontare nulla. Inoltre, l’intera Condè Nast si trasferirà in uno dei nuovi edifici del World Trade Center, probabilmente nel 2015.

A proposito di Speigelman: è stato il primo a vincere il Pulitzer con un libro a fumetti. Cosa pensa delle graphic novel? Hanno davvero qualcosa di innovativo?
Le graphic novel intese come racconti a fumetti non sono certo una novità. Prima li chiamavamo, semplicemente, fumetti. Come per ogni forma d’arte di racconto, ce ne sono di buone, di buonissime, di mediocri e di pessime. In particolare non mi piacciono i fumetti in cui l’autore si limita a raccontarci, in modo sterile e totalmente autoreferenziale, il suo piccolo mondo personale, spesso triste e grigio. Non mi piacciono neppure quelle che pretendono di semplificare racconti considerati complessi. Magari persino dei capolavori della letteratura mondiale. Moby Dick a fumetti? No, grazie.

 I libri esisteranno ancora? Peter Brown, illustratore di libri per bambini, qualche giorno fa alla Society of Illustrators ne ha profetizzato la morte. O almeno, ha detto, che verranno fatti da una squadra di persone che dovrà sfornare una versione di carta, una per ipad, magari animata…
L’ipad è uno strumento magnifico. Può essere usato per disegnare, ad esempio. David Hockney ha fatto per noi una bellissima copertina usando proprio l’iPad. Sì, credo che i libri dovranno cambiare. È la transizione di cui parlavo all’inizio. Dove stiamo andando, non lo so. L’importante è non essere troppo spaventati o, peggio, pensare di poter fermare il cambiamento. Questo provano a farlo solo in conservatori. L’ultima delle  definizioni con cui vorrei essere ricordato.

Qual è l’aspetto più bello del suo lavoro?
Vedere che il New Yorker attira ancora le aspirazioni e le proposte di molti giovani talenti. Che ci mandano il loro lavoro. In alternativa comunque andiamo a cercarlo, che si tratti di scrittori, illustratori, autori di vignette e fumetti. Accogliere la nuova creatività, le nuove energie, aiutarle a crescere, dare loro fiducia o aiutarle a guardarsi con un occhio criticamente costruttivo, questo forse è l’aspetto più bello del lavoro di direttore del New Yorker.