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Giri di poltrone e responsabilità “collettive”

Per una volta – forse è la prima da quando la seguo, saranno più o meno dieci anni – non sono d'accordo con Suzy Menkes, fashion editor dell'International Herald Tribune e del New York Times (da quando Iht è diventata la "international edition" del quotidiano newyorchese). E per la prima volta NON vorrei aver scritto io il suo ultimo pezzo (una cosa sulla quale normalmente vagheggio). Suzy Menkes è forse la più ammirata e temuta giornalista del settore. Ha una cultura sconfinata, sa di storia della moda e non solo; una memoria di ferro e una capacità di vedere il dettaglio ma anche il quadro generale; è in grado di analizzare gli aspetti stilistici ma anche quelli economici e finanziari; scrive in un bellissimo inglese e conosce l'arte del racconto ma anche quella dell'intervista; conserva apparentemente intatto l'entusiasmo dei suoi inizi; è nata nel 1943 ma ha saputo abbracciare tutti i cambiamenti tecnologici del nostro mestiere; last but not the least, è famosa per non accettare regali da nessuno (infatti ha un modo di vestire diciamo così bizzarro, è difficile dire dove compri i suoi abiti). Detto tutto questo, l'articolo che ha pubblicato il 26 febbraio, We Are All Guilty of This Mess, sul giro di poltrone tra stilisti (Jil Sander che torna alla sua azienda, Raf Simons che se ne va tra gli applausi, Stefano Pilati che lascia YSL ecc) non mi ha convinta. A partire dal titolo (secondo me la Menkes è una che si da sola fa pure i titoli, non me la vedo a lasciare che sia qualcun altro del giornale a farli, come accade alla maggior parte di noi). Secondo lei saremmo colpevoli tutti: giornalisti, manager della moda, blogger, fashion victims vari e varie e probabilmente gli stilisti stessi. Colpevoli dell'atteggiamento usa e getta che riguarda sia le persone sia gli stili, i trend, le mode, appunto; colpevoli di alimentare un circo, di far crescere aspettative, di far lievitare ego ecc. Non mi piace questo ragionamento perché "tutti colpevoli" uguale "nessun colpevole". E non mi piace neppure la parte dove la Menkes dice che gli stilisti vanno trattati con i guanti perché, da artisti o semi-artisti, sono sensibili e insicuri. Sono d'accordo sull'importanza della sensibilità. Ma ogni persona ce l'ha, su questo non mi dispiace generalizzare. E ogni persona ha le sue confessate o inconfessabili debolezze. Se c'è un problema attuale di imbarbarimento dei rapporti di lavoro e personali, non riguarda solo gli stilisti. Tutti meritano attenzione e rispetto per il loro lavoro, dagli imbianchini ai pittori, dai medici alle persone che tengono pulite le nostre case e i nostri  uffici. E poi, se proprio devo dirla tutta, gli stilisti più che sensibili sono spesso "egosensibili". Entrano in una stanza e dicono "ciao, come sto?" Accetto senza colpo ferire che questo sia parte integrante del loro universo creativo, di cui poi tutti beneficiamo. Ma non è per questa ragione che meriterebbero di essere assunti, licenziati o semplicemnte criticati con maggior delicatezza. Perché delicatezze e correttezze del genere sono cose che meriteremmo tutti.

  • Laibi |

    Non condivido affatto l’idea dello stilista come artista sensibile e creatore ispirato, che va coccolato, vezzeggiato e soprattutto mai contestato…è come fare un passo indietro, come quando nella Londra vittoriana Worth maltrattava le nobildonne inglesi,le quali, pur di possedere una sua creazione, assecondavano ogni sua bizza. D’altronde è vero che ormai il sistema moda è dominato sempre di più da personaggi che hanno altri interessi, come manager, banchieri, amministratori delegati ecc… e credo abbia ragione Suzy Menkes quando condanna un fashion system dominato da manager che poco hanno a che fare con esso. Il sistema stesso è cambiato, con collezioni, pre-collezioni, cruise collection e limited edition, co-branding…tutto allo scopo di macinare utili, ovviamente, anche a discapito della creatività e della qualità. Il resto (blogger, fashion victim) gravitano solo intorno a quella che sembra essere una sostanziale perdita di creatività, anzi un assoggettamento di essa ad un fine ultimo molto più importante, il profitto.

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