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Appunti da Pitti

Sono a Firenze da ieri sera per Pitti. Gran caldo, è la prima cosa che viene da dire. Ma io sono contenta, dopo un inverno così lungo e tanta umidità accumulata nelle ossa. E poi all'interno dei padiglioni c'è l'aria condizionata. Ero molto curiosa di sentire l'atmosfera che si respira. Ammesso che le mie impressioni siano giuste, ammesso che io riesca a cogliere questo piccolo grande Zeitgeist della moda uomo ai tempi della "double dip recession". Quello che vedo è colore nei vestiti e sorrisi sui visi. Quello che sento è la messa in pratica di un proverbio indiano o cinese che sia non importa: "Dammi la forza di cambiare le cose che posso cambiare, di accettare quelle che non posso cambiare e la capacità di distinguere le prime dalle seconde". Ecco, secondo me le aziende e i buyer e forse anche noi "consumatori ultimi" di moda qui a Pitti siamo in linea con il proverbio. Non si possono cambiare le variabili macro né influenzare gli spiriti affamati e che tutti distruggono (secondo me) della finanza più aggressiva e speculativa. Le aziende – quelle della moda in particolare – possono fare altre cose: concentrarsi su quello che padroneggiano, il saper fare e il saper creare. Se poi riescono anche – come ha detto Michele Tronconi di Smi – a non farsi la guerra tra loro ma anzi a tendere a obiettivi comuni, allora entriamo in un nuovo universo. Meno cupo, opprimente e doloroso di quello in cui abbiamo vissuto negli ultimi mesi. L'ottimismo non è la mia specialità. Ma qui a Pitti sta succedendo qualcosa di positivo. Wishful thinking? Spero di no