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Ci vuole un giornalista straniero per capire che occuparsi di moda è una cosa “seria”

Ieri sera, tornando dal Festival del giornalismo di Internazionale, ho fatto il viaggio Ferrara-Bologna con un giornalista francese, Laurent Marchand di Ouest-France, che aveva partecipato a uno degli ultimi incontri del festival ("Lo stato dell'Unione a vignette"). Laurent parla un italiano perfetto, perché ha vissuto molti anni a Roma e perché, senz'altro, ama il nostro Paese e la nostra lingua e l'ha profondamente studiata. Mi ha chiesto di cosa mi occupavo e mentre mi apprestavo a rispondergli "di moda", ho pensato: chissà come mi guarderà, il suo sguardo mi farà capire che secondo lui il mio giornalismo è di serie B o peggio rispetto a quello scelto da lui, che scrive di grandi temi di attualità. Invece quando ho detto "di moda", ha risposto "un settore interessantissimo e importantissimo per la vostra economia" e ha cominciato a farmi un sacco di domande. Non ho neanche avuto bisogno di aggiungere, come spesso mi capita, "scrivo di moda, ma dal punto di vista economico". Per Laurent il mio sarebbe stato un lavoro interessante – e serio – anche se avessi fatto "solo" reportage dalle sfilate. Perché la moda, io lo penso da sempre, ma evidentemente non è un'idea così strampalata, è importante dal punto di vista economico, certo. Ma è anche uno specchio fantasioso di cosa succede nella società ed è, last but not least, un esercizio creativo estremamente gustoso da osservare.

Più tardi, nella tratta Bologna-Milano, ho scorso i settimanali usciti sabato con Repubblica e Corriere. E mi ha colpita un articolo di Margaret Atwood, grandissima scrittrice canadese. Si intitolava "L'abito fa la fiction – Una grande scrittrice racconta come la moda entra nei suoi libri". Riporto alcuni passaggi dell'articolo: "Quando la narrativa è ambientata nel presente, i vestiti sono indizi sociali, e lasciano intuire la percezione che un certo personaggio ha di se stesso e se stessa". (…) "E se invece si parla di futuro? Per quello – o per quelli, dal momento che i futuri sono molteplici – non esistono libri da consultare. Ma gli scrittori devono prendere molto sul serio l'abbigliamento dei tempi a venire, perché se si chiede ai lettori di credere a un futuro inventato o a un universo parallelo, loro certamente vorranno sapere non solo che cosa mangeranno le persone o che genere di armi useranno, ma anche che aspetto avranno le cose. E in questo gli indumenti indossati avranno un ruolo molto importante".

Tornando da Ferrara, oltre alle mille sollecitazioni avute dal mio workshop con David Randall, ho quindi rafforzato la mia idea di moda: l'aspetto prevalente resta il gioco. Ma è un gioco tremendamente serio.

  • Fra |

    Ditelo a me che ho un multimarca, e ci “mangio” con quello che vendo, amici e parenti sono convinti che io sia li a divertirmi…

  • Danijela R |

    Eh.. fosse solo il giornalismo. La moda, perfino quando entra in altri settori “seri” e vi apporta risorse/macina numeri alla stregua di una qualsiasi altra attività da “para-bulloneria”, viene vissuta come una bella e colorata bolla di sapone che non merita di essere considerata seriamente…

  • PAOLA BOTTELLI |

    brava Giulia: hai messo il dito nella piaga!

  • lola |

    Tutto giustissimo e incoraggiante. Da quando faccio anche la commessa in un negozio di PaP (a Parigi) mi sono accorta dell’importanza della moda non solo dal punto di vista economico ma social-psicologico. Fra le donne (o uomini) che vogliono, attraverso il vestire, rivelare la loro vera identità a quelle che la vogliono camuffare per ragioni varie di accettazione sociale a quelle che la rifiutano per paura di affrontare la conoscenza della loro personalità o per motivi culturali ecc. E’ una “cosa” molto molto complessa. Mi stupisce la quantità di persone che si sente colpevole di interessarsi di moda, che si vergogna. E’ un fatto culturale perché le giapponesi per es. vanno fiere, se ne intendono e si divertono un sacco.

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