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Milano vista da Dubai (grazie a un film americano)

Mi capita spesso di arrabbiarmi quando vedo come vengono ritratti gli italiani e l'Italia nei film. Un minestrone di ammuffiti luoghi comuni e semplificazioni, frutto, credo, di superficialità e scarsa conoscenza della realtà. Di recente mi è capitato quindi di arrabbiarmi vedendo "To Rome with love" di Woody Allen (un film tristemente di grande successo praticamente in tutto il mondo) e "Eat, pray, love" con Julia Roberts. 

Ieri sera però mi è successa invece una cosa strana: ho visto "The International", una storia molto complicata di spionaggio e crimini finanziari che si svolge tra New York, Berlino, Istanbul e Milano. Protagonisti principali Clive Owen, più sofferente che mai, e Naomi Watts. La produzione è anglo-americana-tedesca e il regista è Tom Tykwer (quello di "Lola corre", un film per me stupendo), un tedesco, particolare non trascurabile. Quando ho visto che la scena si spostava a Milano ho tremato. Pensavo che avrei avuto l'ennesima delusione. Invece no: la città viene inquadrata dall'alto, la telecamera plana su piazza Duca d'Aosta, fa vedere la Stazione Centrale in tutta la sua imponenza e il grattacielo Pirelli, che non sfigura per niente nel confronto con i suoi "fratelli" di New York. Non solo: il personaggio politico, nonché imprenditore di successo, che Clive e Naomi vanno a trovare al Pirellone è interpretato da Luca Barbareschi, soprendentemente bravo e sorprendentemente fluentissimo in inglese. Non basta ancora: il poliziotto italiano che collabora con Clive e Naomi non è una caricatura di una specie di polizia di serie B di un paese di serie B, bensì il ritratto di un uomo di legge preparato e collaborativo. e anche lui – non doppiato – parla un buon inglese. Non basta ancora: gli uomini della scientifica italiana appaiono competenti, hanno strumenti non proprio alla CSI MIAMI ma comunque di buon livello. E poi le strade intorno al Pirellone e alla Centrale, dove avviene un inseguimento: danno l'idea del fascino di Milano, con il suo pavè di antica storia solcato ogni giorno da vetture di ogni genere, compresi i vecchi tram. Le scene sono girate in inverno, il colore di Milano è quel grigio che conosciamo bene e di cui spesso ci lamentiamo. Eppure non disturba, è giusto che una città del Nord Italia, in inverno, appaia così. Non siamo solo cibo, sole, mandolino e battute sessiste, come nel film di Woody Allen. 

Mi sono addormentata abbastanza serena: è bello quando un regista, insieme a sceneggiatore, scenografi, costumisti e a tutte le persone che contribuiscono alla buona riuscita di un film, si prende la briga di osservare davvero, di curare i particolari, di dare un'immagine che corrisponde alla realtà. Sembrerebbe la cosa più naturale da fare, invece non succede tanto spesso. E temo che lo stesso valga quando a essere raccontate sono le realtà mediorientali, tanto per restare in tema.