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Cambiamenti e anniversari nei media Usa, lunga vita a Iht e Vanity Fair

Ieri sull'homepage del New York Times è apparso un annuncio che ha molto colpito sia me sia Paola (Bottelli). Da oggi L'International Herald Tribune si chiama International New York Times. E' tutto molto sensato, ovviamente: già da anni sotto il nome della testata International Herald Tribune compariva la scritta "International edition of the New York Times". Ma il cambiamento di nome è qualcosa di più, come annuncia sulla prima pagina (di carta) di oggi del quotidiano l'editore in persona, Arthur Ochs Sulzberger Junior.

La cosa più interessante, per noi giornalisti alle prese con la crisi dell'editoria, è sapere che da un anno al New York Times (sia nella sede di New York sia in quella di Parigi) hanno una "newsroom integrata", dove non esistono più giornalisti che si occupano solo dell'edizione cartacea e giornalisti che scrivono solo per l'online. Unire due redazioni – perché nella maggior parte dei giornali questa è la situazione – è una sfida culturale ma soprattutto organizzativa. Bisogna conciliare due modi diversi di dare le notizie e molto spesso anche di scrivere e soprattutto bisogna coordinare turni (perché nessuno, anche se è l'esperto numero uno di un certo settore, può essere a disposizione 24 ore al giorno, sette giorni su sette) e competenze. Ci stiamo provando anche al Sole 24 Ore, non da oggi e non da ieri. Ma non è facile. Mi piacerebbe passare qualche mese al New York Times per vedere se, aldilà dei proclami di Sulzberger, l'esperimento promette bene.

VF
Poi c'è l'anniversario di Vanity Fair Usa, che quest'anno ha compiuto 100 anni. L'articolo più interessante l'ho trovato sul New York Magazine e si intitola 145 Minutes with Graydon Carter (che è il direttore di Vaniry Fair Usa). Oggi negli Stati Uniti esce un "coffee table book" da 65 dollari che racconta la storia di questi cento anni.

L'articolo è interessante per molti motivi, specie se, come me, si è grandi fan dell'edizione di Vanity Fair Usa (che è mensile). Il primo numero della rivista uscì nel settembre del 1913 e si chiamava in realtà "Dress & Vanity Fair", la parola Dress fu tolta l'anno successivo. Il direttore era il signor CONDE' NAST (si chiamava proprio CONDE' di nome e NAST di cognome!), un riccone di St. Louis. Vanity Fair fu incorporato all'interno di Vogue Usa negli anni della depressione che seguirono il crack della Borsa di New York del 1929. Ma nel 1983, Si Newhouse, la cui famiglia possiede quella che oggi è diventata la casa editrice Condé Nast, rilanciò la testata Vanity Fair come mensile autonomo da Vogue.

Graydon Carter ha 64 anni e nessuno mette in discussione la sua posizione di direttore, esattamente come accade per Anna Wintour, che ha qualche anno in meno ma è direttore di Vogue America senza alcuna successione in vista. Quello che mi piace di entrambi è la coerenza con la quale custodiscono la qualità delle pubblicazione cartacee (mai avuto il dispiacere di trovare un refuso serio nelle pagine di VF America o Vogue America) e il coraggio con il quale, allo stesso tempo, hanno sviluppato la parte online. Sono esempi da seguire e, come per il New York Times, mi piacerebbe lavorare da loro per un po'…

Wishful thinking, ma in questo triste giorno, in cui mi appresto ad andare al funerale di Sara Bianchi, mi sono sentita di condividere i miei sogni. Tempus fugit.