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Le sorprese (positive) del convegno Decoded Fashion Milan by e-Pitti.com

Ieri sono stata praticamente tutto il giorno a un convegno,"Decoded Fashion Milan presented by e-Pitti.com", che si è svolta alla Pelota di Milano (sul Sole 24 Ore di oggi trovate una sintesi degli interventi, ma, si sa, lo spazio sulla carta è tiranno…). Qui vorrei quindi fare alcune considerazioni a margine, perché è stata un'esperienza molto positiva. Confesso che avevo persino paura di addormentarmi, viste le nottate quasi insonni accumulate dalla morte di Sara e anche da prima, per via di una serie di preoccupazioni di varia natura e un pochino anche per colpa del jet lag. 

La prima sorpresa è stata che il convegno è iniziato quasi in orario 5 minuti di ritardo rispetto alla tabella di marcia non sono niente se confrontati con i ritardi a cui – PURTROPPO – ci hanno abituati i convegni italiani). Il format è molto interessante e molto anglosassone: interventi e tavole rotonde brevi, condotte quando possibile con l'ausilio di slide sintetiche e molto efficaci. Tutti i relatori si erano preparati accuratamente l'intervento e, come ho sempre ammirato ai convegni di stampo anglosassone, tutti sembravano avere il massimo rispetto per la platea e hanno fatto quindi interventi a braccio, non hanno mai letto da un foglio che magari era già in cartella stampa o che sarebbe poi stato distribuito. Quando succede così (e succede!), ci si chiede: ma perché devo venire al convegno? Quindi, complimenti a Francesco Bottigliero, ceo di e-Pitti.com e Fiera Digitale, che ha raccontato di essere rimasto entusiasta dell'edizione londinese del convegno e aver deciso allora di mettere a punto una versione italiana.

La seconda sorpresa è venuta dalle parole di Franca Sozzani, direttore di Vogue Italia, con la quale non sono sempre in sintonia, per usare un eufemismo. La Sozzani è stata ntervistata dall'ideatrice del convegno, Liz Bacelar (@decodedliz su twitter), che ha organizzato la prima edizione di Decoded Fashion a New York, nel 2011. La seconda si è tenuta lo scorso anno a Londra e ora è stata la volta di Milano, dove ci sarà anche la prossima edizione (già fissata per il 22 ottobre 2014), tutto in partnership con Pitti Immagine e in particolare e-Pitti.com, che conferma il suo dinamismo, grazie alla visione mai di breve periodo dell'amministratore delegato Raffaello Napoleone e del presidente Gaetano Marzotto. Franca Sozzani ha parlato (anche) del variegato mondo dei bloggers, dopo che Carlo Capasa, ceo di Costume National, aveva fatto alcune considerazioni per me assai discutibili, come "in prima fila ora non mettiamo i giornalisti, ma i bloggers"; "non vogliamo sapere cosa ne pensa l'International Herald Tribune della sfilata, bensì i bloggers"; "finita la sfilata non aspettiamo di leggere l'International Herald Tribune, ma guardiamo il blog (SIC) Style.com".

Affermazioni che ho trovato di una superficialità, appunto, allarmante: primo, perché Suzy Menkes, mitica fashion editor dell'International Herald Tribune (da martedì ribattezzato International New York Times), pur avendo almeno 30 anni di professione alle spalle e un'età indefinita ma sicuramente vicina ai 60, è stata tra le prime giornaliste di moda al mondo a presentarsi con un ipad alle sfilate, scrivendo dalla prima fila in tempo reale e poi twittando, bloggando e chi più ne ha più ne metta. E sono sicura che, per il rispetto che si è guadagnata in tutto il mondo, ciò che lei scrive – online oppure offline, poco importa – resta il punto di riferimento per qualsiasi stilista e marchio della moda e del lusso. Quanto a far sedere i bloggers in prima fila, ogni azienda è liberissima di farlo. Ma in moltissimi casi ciò che ottengono – specie dai blogger italiani – sono giudizi postati su internet in tempo reale, con relative foto su instagram e tweet spesso incomprensibili, giudizi il cui senso e utilità è tutto da vedere, dal punto di vista della comunicazione. Per non parlare del fatto che – un tema ancora tabù – quando si parla di giornalisti, si può dire che sono pagati dagli editori. Possono piacere o non piacere, ma, almeno in teoria, esprimono opinioni libere. I bloggers sono molto spesso a libro paga di qualche azienda e sulla loro conseguente libertà di giudizio, tralasciando ogni considerazione etica, ci sarebbe molto da dire. Ma è un discorso lungo e complesso che mi riservo di affrontare in futuro (presto, però).

Torniamo quindi a Franca Sozzani, che ha spiegato in modo assai diplomatico ma non per questo meno efficace, che "i bloggers hanno uno sguardo fresco sul mondo della moda e questa è una cosa apprezzabile e da non sottovalutare né giudicare con snobismo da insider, come noi che lavoriamo in questo mondo da tanti anni siamo". C'è blogger e blogger, però, ha precisato nel suo inglese, diciamo, fantasioso. "I bloggers e internet in generale, con i vari social network, hanno contribuito a rendere la moda più democratica. Non nel senso che oggi chiunque può diventare uno stilista o chiunque può comprare qualsiasi cosa. Perché non è così e non sarà mai così. C'è stata invece una democratizzazione della conoscenza e questa è una cosa positiva". Fantastici i commenti sui blogger che si limitano a postare commenti come "wow", "fantastic", "guardate come sto bene con queste scarpe", "guardate chi c'era alla sfilata XY" ecc ecc. "In molti casi, è semplicemente molto STUPID". 

Sono d'accordo, dicevo. Ammiro e vorrei essere contagiata dall'entusiasmo di tante persone che studiano la moda, la seguono, la amano. E vogliono partecipare, cercando di andare alle sfilate (o guardandole con attenzione in live streaming) e di conoscere stilisti e operatori del settore. Sono un "fresh eye" (SIC), come ha detto la Sozzani. E ci serve, quello sguardo fresco e ingenuo e carico di sorpresa e aspettative. Ma non mi piacciono gli esibizionisti dell'ultim'ora e i commenti privi di senso, lanciati nel mare magnum di internet e destinati ad avere una vita breve e nemmeno tanto intensa. Al convegno ha partecipato anche Tamu McPherson, style director del blog Out There, che mi è subito venuta voglia di leggere. E Simone Marchetti, vice direttore di d.repubblica.it. Hanno spiegato come ormai da chi segue in diretta una sfilata ci si aspetti non una "fotografia", fatta di 140 carattteri o di un'immagine poco importa, bensì un commento. "Le persone vogliono sapere e vedere quello che non si vede, quello che c'è dietro un look di una sfilata", ha detto Simone. 

In altre parole, e per semplificare, chi ama la moda e chi la fa – e vuole usare internet come strumento per comunicare o per specchiarsi nell'immaginario di chi poi vorrà o potrà comprare vestiti e borse e scarpe – ha bisogno di CONTENUTI. Una conclusione consolante, per noi giornalisti, che viviamo la crisi dell'editoria e del suo business model classico. E qui naturalmente si apre la questione della necessità di far pagare i contenuti, perché qualcuno deve essere pagato per produrli. Ma anche questo merita approfondimenti a parte. 

Un'ultima considerazione sugli inventori di Aliveshoes, start up che permette di creare e produrre e vendere mini collezioni di scarpe. L'idea è venuta a un gruppo di ragazzi olandesi e italiani, che hanno partecipato al concorso The Fashion Pitch di Decoded Fashion. Erano tra i sette finalisti e alla fine non hanno vinto. Però il loro entusiasmo ha contagiato Napoleone e Marzotto, che alla fine del convegno hanno annunciato di aver riservato ad Aliveshoes una sorta di premio di consolazione: parteciperanno al prossimo Pitti Uomo (7-11 gennaio a Firenze) e saranno invitati a pranzo dai vertici di Pitti Immagine. I ragazzi di Aliveshoes sono saliti sul palco e tutti, a partire proprio dai vertici di Pitti Immagine, si aspettavano che mostrassero gratitudine estrema. Hanno detto grazie e lo hanno fatto in modo educato e convincente. Ma con quella spavalderia, che fa quasi tenerezza, dei ventenni che credono di avere in mano il mondo, o almeno il loro futuro (e gli auguro che sia davvero così). Hanno risposto che sicuramente sarebbero andati a Firenze, ma che erano convinti di poter dare "alcuni suggerimenti per migliorare le strategie digitali di Pitti". Fantastici. 

  • @Sottwitt |

    Cara Giulia, al 1000% con te…evento stupendo, nella pausa pranzo (30 min) non vedevo l’ora ricominciasse, è stato avvincente e pieno di energia. Non si sa se sarà dispersa o no…ma è stato l’incontro migliore in 14 anni da editor..Un twist al modo di comunicare di cui tutti sentivamo la necessità. A presto Francesca

  • Luca Botticelli |

    Ottimo allora, abbiamo veramente bisogno di qualità e novità in Italia, e sopratutto abbiamo bisogno di chi aiuta l’ecosistema ad accettare il cambiamento.

  • Giulia Crivelli |

    @luca botticelli
    a me sembra proprio di aver sentito così, ma se lei non ricorda di averlo detto…
    poco importa, comunque, mi spiace invece se non sono riuscita a trasmetterle l’idea che la vostra spavalderia a me piace. E’ giusto essere così quando si crede nelle proprie idee e nel futuro

  • Luca Botticelli |

    Salve Giulia,
    la ringrazio per la menzione ad AliveShoes e per gli auguri.
    Vorrei sottolineare che nessuno di noi ha mai detto di volere dare “alcuni suggerimenti per migliorare le strategie digitali di Pitti”, non mi peremetterei mai, dato che non è il nostro lavoro.
    Mi scuso se siamo sembrati “spavaldi”, lavorando in ambiente startup Europeo ( da quasi 1 anno) siamo sempre spinti a sfoggiare grande determinazione, che a volte, in Italia, è scambiata per spavalderia.
    Bell’evento comunque! Ce ne fossero!
    Un saluto,
    Luca AliveShoes co-founder & Ceo

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