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L’eterno ritorno delle Timberland (e non solo)

Quando questo blog è nato, nel 2007, aveva un nome diverso. Si chiamava "La moda ha una sorella". L'avevo preso in prestito, in un certo senso, da un'Operetta morale di Giacomo Leopardi, dove si parlava della morte e delle sue sorelle. Una di queste sorelle era proprio la moda. Mi aveva colpita fin dal liceo, questa idea della moda, che nel momento in cui ti sceglie ti condanna. Perché ti fa splendere per un po' – attimi, giorni, settimane, magari anni – ma poi ti condanna all'oblio, perché questo si intendeva con quella identificazione con la morte. Dopo qualche anno ho abbandonato quel nome del blog, per quanto suggestivo. Forse perché avevo intuito che il coinvolgimento della solo idea della morte metteva a disagio molte persone. Forse perché col tempo ho pensato che forse Leopardi e il mito della moda come sorella della morte non era poi così azzeccato. Forse perché sono un po' cambiata io, non cerco più definizioni così definitive e rassicuranti. Preferisco le sfumature.

In ogni caso, ieri sono tornata a pensare a questi temi perché sono entrata nel flagshipstore Timberland di Milano, accompagnando una persona che cercava un paio di scarpe. Alla fine lui ha provato e non ha comprato. Io invece ho provato e comprato. Succede spesso così. Perché, come diceva il mitico Oscar Wilde, so resistere a tutto, ma non alle tentazioni…

Mentre aspettavo che mi portassero le mie scarpe, sono arrivate una ragazzina che avrà avuto 14, forse 15 anni, con una signora dall'aspetto molto giovanile che avrebbero potuto essere sua mamma. O forse zia, c'era una complicità leggera che mi sembra – per esperienza personale – più facile, a quell'età difficilissima che è l'adolescenza, con una zia piuttosto che con una mamma. Erano entrate per provare un "yellow boot", la famosa scarpa dei tagliatori di legna americani che quest'anno ha compiuto 40 anni… Forse anche per questo, è tornata molto di moda. Il marchio ha celebrato l'anniversario e la scarpa si è vista ovunque. Operazione di marketing, certo. Ma basata su un prodotto che è ottimo, come sa chiunque le abbia provate: le Timberland sono praticamente indistruttibili. Non era per questo, però, che avevano conosciuto un momento di grandissima moda negli anni 80. O almeno, non solo per questo. Per qualche misterioso meccanismo gli yellow boot- scarpe molto maschili - erano diventati parte dell'uniforme dei "paninari",ragazzi o ragazze che fossero, insieme a moltissimi altri marchi, tra cui Moncler, Ray-Ban, El Charro, Best Company, Naj Oleari ecc ecc. Chi ha vissuto o magari studiato quegli anni sicuramente ricorda quella moda, come me, che sono del 1969 e che per certi marchi ho fatto, all'epoca, una malattia. I miei genitori non cedettero su tutto, ma su certe così. Non perché amassero assecondare i miei futori consumistici, ma perché seppi essere un martello pneumatico. All'epoca vivevo a Varese, ricordo che le Timberland andammo a comprarle in Svizzera, perché lì costavano un po' meno. Fu un regalo per il mio 15° compleanno, esattamente nell'ottobre del 1984, in piena "era paninari". Andai a Lugano con mia mamma e mio papà, entrambi recalcitranti. Uno dei tanti atti d'amore dei miei genitori, quel viaggio in Svizzera per soddisfare il mio "bisogno" di Timberland. Mia mamma le trovava brutte, e me lo disse (e vi lascio immaginare la mia reazione). Mio padre le esaminò accuratamente dal punto di vista tecnico, più che estetico, da appassionato di scarpe quale è (ogni domenica lucida le sue scarpe e alcune hanno più di 50 anni). "Sono di ottima fattura, Susi, questo te lo posso assicurare", disse a mia mamma. L'anno dopo partii per gli Stati Uniti e per il mio 16° compleanno ricevetti l'album del Dire Straits "Brothers in Arms". Quanto tornai in Italia, nell'agosto del 1986, le Timberland erano già un po' meno di moda. Io sicuramente le avevo superate, in parte.

Sono passati 29 anni da quell'acquisto di Yellow Boots e ieri sono stata colta da un misto di stupore, tenerezza e curiosità, guardando la coppia zia-nipote (a patto che lo fossero) accanto a me. Le Timberland sono tornate di moda, forse in modo più consapevole, perché siamo noi consumatori tutti a essere diventati, credo, più consapevoli, rispetto agli anni 80. Ho anche l'impressione che oggi siano meno care e quindi che il rapporto qualità-prezzo, già buono nel 1984, sia migliorato. Ho provato tenerezza per quella zia. Io sono zia di due bambini di 10 e 8 anni e di una piccolina che ha appena compiuto 5 mesi. So bene quanto sia piacevole fare regali ai nipoti, soddisfare i loro desideri. Compriamo il loro affetto? Forse. Anche se non ricordo di aver "venduto" affetto ai miei zii in cambio di regali, che pure sono stati tanti e generosi. Poi ho provato stupore e curiosità, per questo fenomeno dell'eterno ritorno delle Timberland. Forse Leopardi in parte sbagliava. Niente muore per sempre, tutto si trasforma. Può sembrare blasfemo o fuoriluogo fare queste considerazioni partendo da un paio di scarpe. Ma un po' mi consola, a una settimana dalla morte di Sara, che mi ha colpita profondamente. Il suo corpo non c'è più, ma il suo spirito da qualche parte sì. Perché, appunto, niente e nessuno muore per sempre.

  • lola |

    L’equilibrio fra anima e corpo è un concetto molto buddista, la versione cristiana rifiuta il corpo.

  • Giulia Crivelli |

    Quando ho deciso di cambiare nome, ho cercato qualcosa che desse l’idea di connessione tra corpo e testa, tra spirito e mente. Nella mia esperienza, solo se comunicano rispettandosi, anima e corpo, c’è la speranza di vivere minimamente sereni

  • Ovel |

    Da dove viene invece il nuovo “L’anima accudita, il corpo vestito”?

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