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Diana Vreeland, nessuna, ma proprio nessuna, come lei

Durante il volo di ritorno da New York ho guardato il documentario su Diana Vreeland "The eye has to travel". Beh, uno dei documentari più belli che io abbia mai visto. Perché lei era un personaggio straordinario e perché è fatto benissimo. Domani vado in libreria a comprarne una copia e a comprare ogni libro sia mai uscito di lei. Per chi non lo sapesse (e io non l'avrei saputo dire con assoluta certezza, conoscevo il nome ma poco altro), Diana Vreeland è stata "fashion editor" di Harper's Bazaar, editor-in-chief di Vogue America e poi, credo fino al giorno della sua morte (in questo il documentario è un po' vago e l'assenza di date è forse l'unico difetto che potrei trovare… ma pensandoci bene la quasi mancanza di riferimenti temporali certi, numerici, gli dà qualcosa di onirico che non guasta) curatrice del Costume Institute del Metropolitan Museum di New York.

Fino all'età di dieci anni insieme alla famiglia (parole sue) condusse un'esistenza "gipsy", probabilmente per via del mestiere del padre (che però non specifica), prima di stabilirsi a New York (ma visse sempre tra gli Stati Uniti e l'Europa, perché amava profondamente sia Londra sia Parigi). Ecco, un po' mi dispiace aver sentito parlare poco di Italia e di stilisti italiani (gli unici a comparire sono Rosita e Ottavio Missoni), ma credo sia anche perché, "nata durante la Belle Epoque", Diana ebbe, come molte persone della sua generazione, come riferimento soprattutto la moda e gli stilisti francesi: è un fatto che la moda italiana è venuta dopo. Tra le testimonianze ci sono quelle di Hubert de Givenchy (finalmente non è più, per me, solo il nome di un profumo!) e Pierre Berge, storico compagno di vita e di lavoro di Yves Saint Laurent, al quale Diana dedicò una retrospettiva al Met, dando scandalo perché lo fece per i 25 anni di lavoro dello stilista ed era la prima volta che un museo come il Met organizzava una mostra su uno stilista che aveva la gravissima colpa di essere ancora vivo e in piena attività… 

Che donna incredibile, per ogni singolo aspetto esplorato dal film. Innanzitutto era bellissima, secondo me, anche a 80 anni (la maggior parte delle parti del documentario che la riguardano sono la registrazione delle conversazioni che ebbe con lo scrittore che aveva scelto per mettere insieme la sua biografia, quando aveva, appunto, 80 anni). Forse molti non la definirebbero bellissima e forse nemmeno bella. Direbbero affascinante, particolare… Qualcuno potrebbe essere anche meno gentile. Forse l'avrei fatto anch'io anni fa. Ma oggi dico che era bellissima e punto. Come per me è bellissima Miuccia Prada e punto. Diana aveva una sorella e la madre – per la quale non c'è però ombra o tono di rancore – le aveva sempre detto di considerarla il "brutto anatroccolo". Lei imparò – e questo è semplicemente eccezionale – ad accettare i suoi difetti e a portare con orgoglio palese il suo viso così poco ordinario. Non si nascose né, peggio, si mortificò mai. Anzi, era curatissima in ogni cosa, da capelli alle unghie al trucco. Per non parlare di gioielli, vestiti, scarpe. Ovvio, si dirà, lavorava nella moda. Non così ovvio. C'è anche chi fa del proprio essere, potenzialmente, un brutto anatroccolo, una specie di bandiera, di sfida al mondo. Come Ingrid Sischly, editor-at-large di Vanity Fair Italia, credo, oggi. Personaggio molto conosciuto dell'editoria americana (credo sia stata anche direttore di Interview) e secondo me a sua volta bella, ma che usa il suo aspetto poco convenzionale come coperta di Linus. E' quasi una sfida al mondo.

Ma torniamo a Diana: ovviamente lo scrittore la stuzzica su questo sua sicurezza (almeno apparente) nel mostrarsi e nel portare con eccentricità il suo aspetto fisico poco convenzionale, poco rispettoso dei misteriosi canoni della bellezza femminile così come vengono – allora come oggi – individuati e accettati. Lei risponde in modo evasivo ma tutto sommato convincente, spiegando ad esempio che adorava ballare (e questo credo sia indice di un buon rapporto con il proprio fisico) e che ha sempre dedicato molto tempo alla cura di sé. 

Molto interessanti anche le testimonianze dei due figli, entrambi maschi. Non possono fare a meno di descriverla come una persona eccezionale, ma uno dei due sembra non averle mai perdonato le assenze (entrò a Harper's Bazaar a 30 anni, par di capire, e da allora lavorò in modo matto e disperatissimo, trascurando, probabilmente, i figli), gli eccessi e l'apparente distacco con cui reagì alla morte del marito, ucciso da un cancro (erano sposati da 40 anni quando successe). L'altro invece sembra totalmente riconciliato e credo capisca quanto invece la madre amasse il padre: per stessa ammissione di Diana era stato amore a prima vista. "Il romanticismo è tutto", dice all'inizio. Non so se abbia avuto altri uomini, prima di conoscere il marito, mentre il marito era in vita o dopo la sua morte, ma sicuramente amò solo lui. Il figlio che ha perdonato dice che lui era per lei come un gigante buono e generoso che l'aspettava sempre e che quando lei volava troppo in alto e rischiava di cadere era sempre pronto, come una rete di sicurezza, a prenderla quando cadeva. Più amore di così…

Poi c'è il suo lavoro di editor. INCREDIBILE. Incredibile la quantità di idee, suggestioni, intuizioni che Diana Vreeland regalò, con generosità assoluta, alle due riviste per le quali lavorò. Se non fosse per la carta ingiallita e il lettering, vedendo scorrere le immagini delle copertine e delle pagine sullo schermo verrebbe da dire: "Ecco la rivista dei miei sogni. L'hanno inventata, finalmente, ditemi dove si compra!". Purtroppo non c'è più, una rivista così. Perché di Diana Vreeland ne nasce una ogni… boh, ne nasce una e basta.

Commoventi alcuni ricordi, per la sincerità, l'affetto, l'amore, la riconoscenza che trasmettono. Angelica Houston, Lauren Bacall, Versuska, Lauren Hutton, Manolo Blahnik, Oscar de la Renta, Richard Avedon e tantissimi altri. Oltre alle decine di assistenti e persone che hanno lavorato con lei dietro le quinte, persone delle quali ho appreso il nome solo ieri. E poi Harold Koda, suo assistente al Met e oggi curatore del Costume Institute. Una frase, in particolare, mi è rimasta impressa. "Per lei l'idea era più importante dei fatti". Ricamava molto sui racconti del passato e a volte probabilmente li abbelliva o persino inventava. Una cosa che quando ero più giovane facevo anch'io. Ma io lo facevo perché mi sembrava che i fatti fossero insufficiente a "impressionare" i miei interlocutori. Lo facevo perché la mia vita mi pareva banale e la arricchivo, ma lo facevo sentendomi colpevole. Diana invece pensava che bisognasse vivere di sogni o comunque in una realtà onirica. Un grande insegnamento per me, che ho smesso – per ragioni che sarebbe lunghissimo spiegare – di sognare quando avevo circa 17 anni. "Diana, dear, please, tell me, is this fact or fiction?" pare le avesse chiesto una volta un amico. E il figlio dice che lei rispose: "Neither fact nor fiction. It's FACTION". Fantastico. Sognare senza perdere il contatto con la realtà. Sognare per rendere la realtà più reale. Sognare se stesse e rendersi reale. Fantastico. Non so se ci riuscirò mai, ma Diana è diventata un mio mito. E se avessi una macchina del tempo la userei per incontrarla. Magari mi prenderebbe come assistente. Questo sì che è un sogno…

  • lola |

    Si può comprare su youtube per la modica somma di 3,99 €.

  • lola |

    http://www.youtube.com/movie?v=b9CqmBuwm6Q

  • Ovel |

    Bel documentario, visto grazie a dei biglietti in omaggio messi in palio da Vogue. La mancanza di riferimenti storici però è stata insopportabile: non si sa quando nasce, non si specifica il decennio importantissimo (1962-1972) in cui fu editor-in-chief di Vogue USA. Nella versione che ho visto io mancano i nomi delle persone intervistate (un film che sembra fatto solo per “gli addetti ai lavori”, gli altri chissenefrega!) e c’è una fastidiosa sovrapposizione tra l’audio originale e il doppiaggio. Per il resto sono d’accordo con Lei: era la “rivista dei sogni”, immagini curate, raffinatissime e formalmente perfette, i testi, in particola modo quelli delle cover, delicati e molto meno invasivi rispetti a quelli di oggi. Il confronto con i Vogue odierni è davvero impietoso.

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