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Jil Sander e l’arte di scegliere il momento per uscire di scena

Venerdì scorso scorso (18 ottobre) avevo scritto di voler cercare, alla fine di ogni settimana, di individuare la notizia che mi aveva colpita di più. Venerdì scorso (25 ottobre) me ne sono bell'e e dimenticata… Ma la notizia della settimana, a pensarci un attimo come ho fatto stamattina, c'è, per me. Ed è l'annuncio, arrivato giovedì 24 ottobre a sorpresa, dell'addio di Jil Sander alla direzione creativa del marchio che aveva fondato, poi lasciato, poi ritrovato, poi di nuovo lasciato e poi ritrovato e poi, forse questa volta per sempre, rilasciato. Ne hanno scritto sul sito di Moda24 Angelo Flaccavento e Paola Bottelli a poche ore dall'annuncio ed è di Paola anche il commento pubblicato su Moda24 del 25 ottobre, che dà la spiegazione più semplice e quasi certamente corretta, al di là di ogni dietrologia: i conti dell'azienda (controllata da un colosso giapponese) non tornano. E non tornano da troppo tempo ormai. Non sarà certo solo colpa di Jil Sander, che peraltro ha avuto il tempo, dopo l'uscita di Raf Simons, per firmare appena due collezioni, ma il suo contributo non è stato sufficiente a dare quella svolta verso la crescita e l'uscita dal rosso di bilancio che il marchio e l'azienda aspettano da tanto, troppo. Con l'uscita di Jil Sander si è riaperto anche il "risiko" (usa questa parola ma mentre lo faccio me ne pento… il risiko in realtà è un'altra cosa…) degli stilisti. Chi andrà a coprire le caselle rimaste vuote di recente? Oltre alla direzione creativa del marchio Jil Sander c'è quella di Louis Vuitton, dopo la fine dell'era Marc Jacobs (il suo contratto è scaduto il 1° ottobre e non è stato rinnovato), ad esempio. Ma anche molti spostamenti nelle "seconde linee". L'ufficio stile guidato da Christopher Bailey, chief creative officer di Burberry, per fare un altro esempio, avrà quasi certamente bisogno di rafforzamenti, visto che dalla metà del 2014 lo stilista diventerà anche chief executive officer. 

Ma non è di questo "risiko" che vorrei scrivere, anche perché i rumor e i pettegolezzi in genere non sono la mia specialità. Se provo a fare pronostici, poi, sbaglio quasi sempre. Mi interessa di più il tema della scelta del momento in cui uscire di scena, molto più in generale. Jil Sander probabilmente ha scelto il momento giusto. Le due collezioni che è riuscita a firmare non hanno suscitato grandi entusiasmi, ma neppure critiche troppo dure, anche perché Jil Sander è una donna e una stilista molto rispettata, che sicuramente è già parte della storia della moda e dello stile degli ultimi 40 anni ed è giusto che il suo lavoro e la sua figura siano trattati con, appunto, rispetto. Andarsene ora la protegge e la rafforza. E io le auguro di godersi il resto della sua vita, avrà certamente molti interessi e magari sceglierà di tuffarsi in qualche occasionale collaborazione, come era successo con Uniqlo qualche anno fa.

Una persona che mi è molto cara sostiene che esiste il momento giusto anche per andare via da una festa o lasciare una riunione tra amici. Bisogna salutare, dice, quando la conversazione è ancora viva, prima che scemi o che tutti mostrino evidenti segni di stanchezza. Forse ha ragione. Ma per me – che ho paura, molta paura, della fine delle cose, nel senso più generale e generico possibile – non funziona proprio così. Per quanto riguarda le posizione apicali nel lavoro, però, è certamente ideale arrivare nel punto più alto di una parabola e trovare il coraggio di uscire di scena in quel momento, prima di entrare nella fase discendente del percorso. Ammesso che ogni percorso lavorativo debba avere la forma di una parabola ascendente e poi discendente…

Così mi hanno molto colpita le parole di Anna Wintour. Tornando da New York, dopo il documentario su Diana Vreeland, ho rivisto un pezzo di "September Issue", tutto dedicato a Vogue America, alla sua direttrice e alla storia del numero del settembre 2007. Per tutte le riviste di moda, americane in particolare, il primo numero dopo l'estate è tradizionalmente il più importante, sia per il numero di storie e servizi pubblicati sia per il numero di pagine di pubblicità raccolte. E quel numero, del 2007, fu il record per Vogue America. Forse nessuno poteva saperlo quando fu filmato, ma un anno dopo sarebbe arrivato il crack di Lehman Brothers e la spirale di crisi economico-finanziaria che si propagò in tutto il mondo e che peggiorò la crisi – già in atto – dell'editoria, magazine di moda compresi. Ci sono voluti cinque anni per rivedere dei "september issue" simili a quelli del 2007…

Ma non è di questo che volevo scrivere. Verso la fine del documentario, l'intervistatore chiede ad Anna Wintour se ha pensato al momento in cui lascerà Vogue America. Lei riflette, perché sicuramente non è una donna che dà risposte frettolose né che vuole dire cose a vanvera, e poi risponde raccontando un aneddoto che riguarda il padre, che fu un improtante e autorevole giornalista britannico. "Quando mio padre andò in pensione a me sembrò una scelta strana, prematura. Era ancora molto apprezzato, aveva un ruolo molto importante e so che amava profondamente il suo lavoro. Così osai chiedergli come mai avesse deciso di andare in pensione così presto. Lui rispose: "because i found myself getting angry too much and too often" ("perché mi sono scoperto ad arrabbiarmi troppo e troppo spesso"). Mi sembrò una risposta molto sensata e convincente. Quindi le dico la stessa cosa: quando mi accorgerò – e spero di accorgermene – che mi arrabbio troppo o troppo spesso – e io sono una che si arrabbia, ogni tanto, e che quando lo fa lo fa seriamente… – capirò che è il momento di smettere, di lasciare la direzione di Vogue America". L'ho trovata una risposta fantastica. Io ho già l'impressione di arrabbiarmi troppo e troppo spesso. E sono sideralmente lontana da un ruolo come quello di Anna Wintour. Però sono disturbatissinma da questi scoppi d'ira che mi tolgono il piacere di lavorare e di scoprire il bello che c'è nelle persone e nel mondo di cui scriviamo.

Poi Anna Wintour dice un'altra cosa che me l'ha fatta apprezzare ancora di più. L'intervistatore le chiede acosa fanno i suoi fratelli. "Mia sorella è un avvocato (mi sembre abbia detto così, ora mi viene un dubbio, in ogni caso fa un lavoro diverso e più "importante" del giornalista, par di capire dal tono usato da Anna), mio fratello è analista politico per il Guardian. Cosa pensano del mio lavoro, del mio ruolo? They are both very amused at what I do. (Pausa, sorride, il volto si addolcisce e si distende). Yes, they are both very amused".

"They are amused"… potremmo tradurre con "I miei fratelli sono entrambi piacevolmente divertiti dal sapere qual è il mio lavoro". La guardano con un'affettuosa e divertita accondiscendenza, in altre parole. Non pensano che quello che fa sia un giornalismo "serio" e men che meno che la moda sia una cosa "seria". Pare di capire che Anna abbia rinunciato a spiegarglielo (secondo me in passato ci ha provato…), ma che non viva la cosa con dispiacere. Anche lei, forse, vuole essere "amused" da quello che fa. Un traguardo, credo, quello di considerare il proprio lavoro e il proprio ruolo con "seria leggerezza". Non so se Anna Wintour ci riesca sempre e forse tutto quello che è successo dal 2007 a oggi le ha fatto cambiare atteggiamento. Sono stati anni difficili per tutti. Ma le sue parole mi resteranno comunque impresse e mi faranno continuare a riflettere su molte cose. Quindi, thank you, Anna.

 

  • Il Kaiser |

    La cara Jil più che scegliere con oculatezza il momento del ritiro ha toppato clamorosamente il ritorno .
    Ha creato 2 collezioni difficili , anticamente minimaliste , fuori dal temp , costosissime e rigide.
    Ha danneggiato la stessa maison che con l’apporto di Raf Simons si era instradata verso un gusto contemporaneo.

  • Giulia Crivelli |

    @lola
    Personalmente, mi capita di arrabbiarmi per impazienza e a volte prendo così delle cantonate tremende. E chiedo scusa
    Spesso però mi arrabbio perché, come dici tu in in un certo senso, vedo gli effetti della mancanza di passione che si mette nel lavoro. Mi arrabbio quindi per la sciatteria (che per me vuol dire anche titoli che “girano” male da una riga all’altra, foto scelte a caso, refusi assolutamente gratuiti e frutto solo di pigrizia…), per la frettolosità con cui si fanno le cose, pur di farle, per la superficialità con cui si affrontano i problemi. Però, come dice la mitica Anna, se ti arrabbi troppo da appassionata diventi nevroticamente puntigliosa… e allora è il momento di smettere

  • lola |

    Sarebbe interessante sapere l’origine dell’arrabbiatura, ce ne sono tante, diverse, possibili, ne metterei in avanti due per es., ci si arrabbia per impazienza o perché la passione che si mette nel fare il proprio lavoro non è condivisa ? Secondo me, il primo esempio giustifica di andarsene, il secondo no; naturalmente in realtà le motivazioni sono molto più complesse.

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