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Un ultimo sguardo su New York, la maratona e sulle elezioni di domani

Sto per lasciare New York, la mia breve vacanza è finita, oggi parto per Los Angeles dove ci sarà un grande evento Zegna di cui poi scriverò per Il Sole 24 Ore (se avrete voglia potrete leggere l'articolo sul giornale di sabato prossimo). Ieri si è corsa la maratona e oggi il New York Times avrà la consueta sezione con TUTTI i nomi di chi ha tagliato il traguardo, con i rispettivi tempi. La maratona è molto sentita e nei momenti più difficili della storia della città e degli Stati Uniti e del mondo in generale (2001, 2008, 2012 per l'uragano Sandy, quest'anno per via degli attentati alla maratona di Boston, nell'aprile scorso), la corsa è stata un termometro degli umori e della capacità di reagire dei newyorchesi.

Quest'anno a correrla erano in 50mila, molti dei quali ci avevano provato anche l'anno scorso, quando poi – prima volta nella storia della maratona – la corsa era stata annullata per rispetto alle vittime dell'uragano, che aveva distrutto alcune zone di New York e del New Jersey pochi giorni prima. In molti crticarono la scelta di Michael Bloomberg di aspettare l'ultimo momento per cancellarla, dopo aver in un primo tempo dichiarato che si sarebbe fatta. Si disse che il sindaco l'aveva fatto per evitare che i 40mila circa maratoneti non di New York (spesso con famiglie al seguito) cancellassero il viaggio, facendo mancare alla città una importante fetta di entrate. Non so, io ho avuto l'impressione che, molto semplicemente, Bloomberg abbia perso un po' la testa in quei giorni e che a un certo punto si sia reso conto che l'idea "New York corre, non si ferma neppue davanti a un uragano, noi americani siamo cosi ecc ecc" fosse un boomerang, per una volta. A volte, di fronte alla forza devastante della natura e ai suoi effetti sulle vite delle persone ci si può fermare, eccome.

In ogni caso, quest'anno la maratona è stata un successo: ha fatto più freddo dei giorni precedenti, ma neanche una goccia di pioggia. Molta polizia e controlli extra, per via di quello che era successo all'arrivo della maratona di Boston (attentato terroristico con una decina di morti, mi sembra di ricordare, e centinaia di feriti), ma tantissime persone per strada, milioni, diceva la televisione ieri mattina. Non ho corso la maratona, ma semplicemente aspettato il mio maratoneta all'arrivo (seguendolo su internet miglio dopo miglio grazie al chip che chi corre ha nelle scarpe, troppo divertente). L'atmosfera però era bellissima: decine di piccoli concerti lungo tutto il percorso, persone ai lati delle strade a incitare senza sosta, con energia e convinzione ed entusiasmo e calore. Una festa per tutti, insomma. Per le persone che vivono qui, per chi corre, per chi accompagna chi corre e, last but not least, per le casse della città.

Inevitabile il confronto con Milano, città ideale per correre (è tutta piatta) e dove il popolo dei runners è sempre più grande (basta farsi un giro nei parchi della città al mattino per capirlo) e dove da qualche anno, oltre alla non competitiva Stramilano, c'è una vera e propria City Marathon. Un incubo seguirla dalle strade, anche se forse è un piacere correrla (il mio maratoneta ha fatto il suo record, 3 ore e 20 minuti, proprio a Milano). I milanesi, per usare un eufemismo, non apprezzano. Si lamentano per l'occupazione di piazza del Duomo, dove viene allestito il tendone per consegnare i pettorali; si lamentano per le strade chiuse; si lamentano perché vengono deviati dai vigili su percorsi alternativi. Non partecipano alla festa, insomma. Non la considerano proprio una festa. Un peccato. Perché ogni occasione di festa andrebbe colta. Last but not least, per le casse della città, probabilmente più bisognose di quelle di New York. Ma sono stanca di fare confronti tra quello che succede nel nostro Paese e quello che vedo quando vado in giro. Sono stanca di lamentarmi, anche se purtroppo le ragioni non mancano, e lo sono soprattutto perché non cambia niente. Odio le critiche sterile. Ma, ahimè, non so proprio cosa fare per cambiare, nel mio piccolo, le cose. Sarebbe un discorso lungo e magari lo affronterò in futuro.

Torniamo a New York: ieri non ho visto solo persone in festa. Ci sono anche tanti homeless, più che nel 2012, mi è sembrato. E tante donne in più. E tanti giovani in più. Ho letto da qualche parte che i dati ufficiali confermano quest'impressione: non ci sono mai stati così tanti homeless come quest'anno. E ieri è arrivato il freddo, è arrivato l'inverno. Così veniamo alle elezioni per il sindaco, che si terranno domani. Il candidato democratico, Bill de Blasio, è già certo di vincere. Ha un buon programma e soprattutto non ha competizione: il candidato repubblicano è, a detta di tutti i newyorchesi con i quali ho parlato, un "jerk". Tanto che non ha avuto l'appoggio di Bloomberg, che non si è mai iscritto al partito repubblicano, ma è un uomo di destra, per usare le nostre categorie, non certo uno di sinistra (cioè, sempre per approssimazione, un uomo del partito democratico). De Blasio è avanti di 40 punti percentuale. Non c'è gara.

Molti quotidiani locali, dal New York Times al Daily News (forse il più radicato sul territorio) hanno fatto da tempo il loro endorsemente per De Blasio, ma, in particolare il Daily News, dubita che il programma sarà interamente realizzato. De Blasio sostiene che Bloomberg ha reso più ricchi i ricchi e più poveri i poveri e che lui correggerà la situazione, perché non devono esserci "due" New York, una ricca e una povera, ma una sola grande, orgogliosa e meravigliosa città. Good luck. Ieri sera eravamo a cena da miei carissimi amici della Upper West Side. Superinformati sulla politica americana e su quella europea (impossibile, ovviamente, rispondere alle loro domande su quello che sta succedendo in Italia), super liberal, democratici da sempre. Lei lavora come assistente sociale nel più grande ospedale per reduci di New York, lui ha lavorato per una vita nell'editoria e dopo una brillante carriera alla Random House, a 65 anni è andato in pensione salvo aprire una sua nuova casa editrice. Hanno un figlio che suona in un gruppo blues ma ha trovato la sua strada come cuoco. Partecipano ad attività che gli invidio da sempre, come i "movie group" (vanno a vedere un film, possibilmente straniero, poi si ritrovano per commentarlo). Sono tra le persone più curiose e intellettualmente vive che io conosco. Mischiano continuamente attività "alte", come la lettura di saggi sulla storia americana o una conferenza alla Frick sulla mostra del momento, ad attività molto più ludiche, come una sana partita di basket alla televisione o dal vivo. Votano democratici da sempre, ma a New York avevano votato per Bloomberg, che secondo loro ha fatto un buon lavoro. Voteranno De Blasio, ma solo perché non c'è un'alternativa. Il suo programma è troppo ambizioso, irrealistico, fuori dalla realtà, dicono.

I repubblicani al Congresso, quelli del Tea Party e dintorni, mi ha detto il mio amico (e qui c'è una punta di "wishful thinking", secondo me, che mi ricorda mio padre quando dice "questa volta Berlusconi è finito"), si sono scavati la fossa con le loro mani, con la storia dello"shutdown". Può darsi, non voglio toglierli le sue illusioni. La cosa interessante che mi ha detto però è un'altra. Secondo il mio amico quella parte di repubblicani non ha capito che oggi gli Stati Uniti sono una "collezione di minoranze", non un Paese "bianco". I bianchi sono quasi una minoranza loro stessi e per ora sono ancora la minoranza che comanda, ma non sarà così in futuro. Non ci sarà una minoranza dominante, non più. Bisognerà tenere insieme le diversità. Implicitamente, mi ha detto che è quello che vorrebbe fare De Blasio, ma che forse è troppo presto, neppure i newyorchesi lo seguiranno, saranno in grado di superare pregiudizi e interessi personali in nome di questo progetto.

Credo che il mio amico abbia ragione, ma tifo ovviamente per De Blasio. Dal suo idealismo, secondo me, abbiamo comunque da imparare. Qui la politica è viva, da noi sembra morta.