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Secondo il New York Times siamo in una “età dell’oro del giornalismo”. Speriamo sia davvero così…

Negli Stati Uniti si discute molto del presente e del futuro del giornalismo e dell'editoria in generale. Lo si fa in modo franco, a volte crudele, senza rispetto per nessuno, senza avere alcuna delicatezza verso il passato, anche se glorioso. Perché il passato, appunto, è passato, e gli americani – è il loro bello, secondo me, ma a volte anche il loro limite – idolatrano il futuro, non il passato. L'unica cosa che sembra salvarsi, almeno nel giornalismo, sono alcune regole "etiche" del mestiere: oggi sul New York Times, c'è in prima pagina un articolo su una puntata di "60 minutes", programma televisivo di approfondimento sull'attualità nazionale e internazionale, che è stato fortissimamente criticato quando si è scoperto che la corrispondente da Benghazi, Lara Logan, aveva intervistato, come voce autorevole di osservatore interno della Libia, un saggista che stava per pubblicare un libro con una casa editrice collegata alla Cbs, che è il network sul quale va in onda "60 minutes". Non faccio confronti con quello che succede in Italia, dove i giornalisti (non tutti, ovviamente) intervistano gli amici, giornalisti o no, dove si recensiscono i libri degli amici, si pubblicizzano gli spettacoli degli amici ecc ecc ecc. Senza che nessuno non dico si scandalizzi, ma perlomeno si accorga dell'anomalia. Lara Logan si è sentita in dovere di scusarsi in diretta con tutti gli ascoltatori, dicendo che avrebbe dovuto chiarire quale fosse la "connection" tra la Cbs e la persona che stava per intervistare…

Ma torniamo al futuro dei media e del giornalismo: sempre sul New York Times, due giorni fa, ho letto un articolo nelle pagine "Op-Ed" (Opinions and Editorials, dove vengono pubblicati i commenti, brevi o lunghi, cercando di tenerli ben separati dai fatti, per quanto possibile, dalla cronaca, ospitata in tutto il resto del giornale). L'articolo era intitolato: "It's the Golden Age of News" ed era firmato da Bill Keller, direttore del quotidiano dal 2003 al settembre 2011, quando ha lasciato il posto a Jill Abramson, prima donna a dirigere il Nyt, ed è tornato "solo" a scrivere. L'articolo è molto interessante, per giornalisti e lettori che credono nel buon giornalismo e nel suo futuro, di qualsiasi cosa si occupi (moda compresa!). Secondo Keller, che è appena stato a una conferenza sullo stato del giornalismo a Boston (dove ovviamente uno dei temi principali è stato quello dei social media), siamo in un'età dell'oro molto eccitante sia come lettori, perché le informazioni non sono mai state così tante e così facilmente accessibili, sia come giornalisti, redattori o caporedattori o direttori, poco importa. Perché ai giornalisti – secondo le buone, vecchie regole dell'etica professionale e della qualità dell'informazione che si "propina" ai lettori, sulla carta o digitale poco importa – spetta il compito di trasformare quel mare magnum di informazioni in buon giornalismo. Keller ha chiesto anche al responsabile esteri del New York Times cosa ne pensa e Joe Kahn, international editor del quotidiano americano, ha risposto così:

"A essere sinceri, non mi sembra esattamente un'età dell'oro. Ma forse non ci si accorge mai di essere in un'età dell'oro, mentre la si vive… Se però dovessi costruire a tavolino una nuova età dell'oro del giornalismo forse cercherei proprio di mettere insieme il giornalismo professionistico come lo abbiamo sempre inteso noi della vecchia guardia con il giornalismo digitale accessibile a tutti e gratuito che abbiamo visto nascere e proliferare negli ultimi anni. A guardar bene, non ho bisogno di costruire questa cosa a tavolino: è esattamente quello che sta succedendo"

Non è solo il New York Times, ovviamente, a occuparsi di questi temi, il dibattito è in corso ovunque. Non voglio nemmeno fare il confronto con quello che succede in Italia dove sembra che la cosa più importante, per il giornalismo, sia la vendita della sede del Corriere della Sera, come ho letto, di nuovo, stamattina, guardando un po' dei nostri siti. Sembra inoltre che non ci sia confronto tra editori e tra gli editori e i lettori, in Italia. Come se chi ha trovato una qualche ricetta o rimedio alla crisi di vendite e di lettori voglia tenersi tutto per sé, un atteggiamento miope tipicamente italiano. Per non parlare delle riviste cosiddette specializzzate. Non voglio, anche qui per carità di patria, tentare il confronto con le pubblicazioni ufficiali della scuola di giornalismo della Columbia University o del Poynter Institute (consiglio a chiunque sia interessato a questi temi di seguirli anche su Twitter, gli spunti di riflessione sono infiniti).

In ogni caso, dopo aver riletto il pezzo di Keller, sono moderatamente ottimista. Qui a Los Angeles sono le 6.30, tra poco vado a fare colazione. Lo farò un po' più serenamente del solito, cercando di convincermi che siamo in un'età dell'oro. Il sole aiuta, tanto per iniziare. Buona giornata (pomeriggio, per chi è in Italia) a tutti!

  • lola |

    Articolo incoraggiante che modifica un po’ l’equilibrio delle opinioni che si leggono in Francia o in Italia in un clima di panico generalizzato. Se condivido l’opinione di Bill Keller come lettore mi sembra, perfino matematicamente, difficile immaginare un presente e un futuro gioiosi per i giornalisti, almeno qui in Francia. Il critico d’arte non esiste più, i giornalisti politici e culturali sono tutti free-lance, alcuni di loro perdono la vita o sono ostaggi di bande armate, quelli che vengono pubblicati sono servi del potere o dell’opposizione del momento, le testate serie sono inquinate dal gossip per poter vendere, senza più tempo per le verifiche di base prima della pubblicazione, corsa frenetica allo scoop che manda in giro notizie fasulle o esagerate, ecc.. molta stampa è veramente illeggibile,(ricordo di quando leggevo Combat poi diventato un Libération interessante e oramai illeggibile, idem Repubblica), insomma un quadro buio. L’accesso gratuito all’informazione su internet ha dato cattive abitudini ai lettori che rifiutano di pagare l’accesso ai giornali e temo che sarà molto molto arduo convincerli questi lettori che – adesso – si deve pagare.

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