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To visit and watch in L.A. (without dieing!)

Stare in un posto per pochi giorni non è certo un buon modo per farsene un'idea approfondita. Però si possono ascoltare le proprie sensazioni e cercare di capire cosa di prova. La mente scatta delle istantanee esattamente come fanno gli occhi, in fondo. Quando atterro a New York e poi mi avvicino a Manhattan penso sempre con un pizzico di invidia a chi fa quell'esperienza per la prima volta, allo stupore che – credo – chiunque provi a vedere la città e i suoi grattacieli e la sua skyline e le sue luci, di giorno e di notte.

L'importante, credo, è dare il giusto peso a queste istantatenee che scattiamo quando vediamo un posto e le persone che lo abitano per la prima volta, riproponendoci di tornare, di restare aperti a nuove impressioni. In fondo, per conoscere un luogo, piccolo o grande che sia, può non bastare una vita. E' con questo spirito che faccio alcune considerazioni su Los Angeles e Beverly Hills in particolare. Ogni volta che penso a questa città penso al film "To live and die in LA", con Willem Dafoe e un giovanissimo e bellissimo William Petersen, diventato parecchi anni dopo il mitico Grissom di Csi-Las Vegas. Un film duro, angosciante, di quelli che ti fanno capire il lato oscuro dell'America e del sogno americano. Poi però penso anche alla canzone "All I wanna do" di Sheryl Crow e in particolare alla parte in cui parla di Santa Monica Boulevard, che ho percorso a piedi ieri:

All I wanna do is have some fun
I got a feeling I'm not the only one
All I wanna do is have some fun
I got a feeling I'm not the only one
All I wanna do is have some fun
Until the sun comes up over Santa Monica Boulevard

Ecco, il sole. In questi giorni il cielo è stato sempre azzurro e terso, la temperatura piacevole, il clima secco e addolcito da un vento leggero. Sembra davvero di essere in vacanza e ci si chiede come si possa essere così produttivi ed efficienti in California, con condizioni atmosferiche tanto rilassanti e favorevoli. O forse è proprio grazie a questo clima gentile che le persone qui sono così creative… Anche perché mentre a LA d'estate può diventare molto caldo, nella Silicon Valley tutto è ancora più temperato. Se vivessi qui, in ogni caso, mi prenderei delle pause pranzo, ad esempio, molto diverse da quelle milanesi… e forse anche a me verrebbe qualche buona idea in più. Stare chiusa in un ufficio non fa mai bene. Ma torniamo a LA. Ieri siamo andati a pranzo allo Chateau Marmont, un albergo-residence-ristorante-caffè molto famoso: vi alloggiava il protagonista di Somewhere, il film di Sofia Coppola che tre anni fa, mi sembra, vinse la Palma d'oro a Cannes (un po' inspiegabilmente, secondo me, a meno che non si tiri in ballo il fatto che presidente della giuria era Quentin Tarantino, amico ed ex fidanzato di Sofia…). Le scene girate al Marmont, famoso anche perché è il luogo dove fu trovato morto John Belushi, sono comunque tra le più interessanti di Somewhere, perché danno l'idea della solitudine estrema del protagonista e della superficialità della sua vita. Il posto è comunque divertente e molto più "semplice" e facile da apprezzare di quanto uno si aspetti, specie venendo dall'Europa. Ma ai tavoli c'è sempre qualche sorpresa: ieri vicino a noi era seduto Ray Liotta, che sta invecchiando molto bene secondo me, nonostante il suo viso misteriosamente butterato e l'aria in generale sofferta, anche, credo, per i ruoli a cui lo associamo, mai semplici, mai leggeri, mai gradevoli. A un altro tavolo c'era uno dei protagonsti di Glee (non so esattamente quale perché non seguo il serial).

Foto
Ma il personaggio più bello è quello che vedete qui accanto, una signora, forse una giornalista, chissà, fotografata da Roberta Filippini, collega dell'Ansa, mentre lavora al suo Mac con il cane in braccio. Bestiolina attenta ed educata, che sembrava leggere ciò che la sua "compagna umana" scriveva, seguendo sullo schermo le parole a mano a mano che apparivano.

Dopo aver pranzato alla Chateau Monfort siamo tornati verso l'albergo. In auto ovviamente, a Los Angeles le distanze sono incredibili, se vivessi qui dovrei sicuramente comprarmi una bici con "pedalata assistita" (motorini e moto, come a New York del resto, sono quasi assenti, mi sfugge il motivo). A quel punto sono andata a fare un'attenta visita al locale Whole Foods, un supermercato di una catena che c'è anche a New York, ad esempio, in Columbus Circle e Washington Square. Con una scelta pazzesca di ogni tipo di cibo o bevande (tre anni fa a New York trovai degli ottimi savoiardi per preparare il tiramisù ad amici che mi pregavano di farne una versione autenticamente italiana)  ma soprattutto di frutta e verdura. Mi spiace non aver scattato delle foto, lo farò oggi se ci torno.

Limoni
Ci sono agrumi che non avevo mai visto (come quello qui di fianco, una specie di limone con i tentacoli) e broccoletti di Bruxelles sul loro ramo e insalate già tagliate e lavate di almeno 30 tipi.

Il dramma è stato scegliere le gocce di cioccolato da portare a Milano per fare degli autentici chocolat chip cookies. C'è un'intera parete, una scelta imbarazzante… In tedesco c'è un proverbio bellissimo che dice "Wer die Whal hat, hat die Qwal", che potremmo liberamente tradurre con: "Beato chi può scegliere, ma con la possibilità di scelta viene il dubbio". Alla fine ho preso gocce dark, semi-dark, milk e white di marche diverse. Vedremo a Milano quali saranno i biscotti migliori che riuscirò a fare e mi annoterò la marca delle gocce per una prossima volta. I supermercati sono un ottimo osservatorio culturale e sociale: a me quelli americani sono sempre sembrati una metafora. Rispecchiano il desiderio americano di provare tutto, sperimentare tutto, avere tutto. Ma provare tutto, sperimentare tutto, avere tutto, non è umanamente possibile. Se l'obiettivo è quello, si resta inevitabilmente delusi, frustrati, magari anche esclusi. Abbiamo tutti bisogno di scegliere e soprattutto di strumenti per scegliere. Al supermercato, ma anche nell'informazione. O meglio, in quell'enorme supermercato dell'informazione che è internet. Io credo, per uscire dalla metafora, che il buon giornalismo, anche di moda, sia questo: aiutare a scegliere, non alimentare l'illusione che tanto sia per forza meglio, che la quantità, specie quando è gratis, sia meglio della qualità. 

Oggi scriverò il mio pezzo sull'evento Zegna e lo finirò dopo aver visto, questa sera, la nuova campagna di comunicazione pensata da Stefano Pilati. Potrete leggere tutto sul Sole di sabato. E se oggi vedo altre cose interessanti, vi aggiorno invece qui sul blog. Buon pomeriggio a tutti (sono solo le 5.30, un nuovo giorno sta per cominciare…)

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  • pulchra |

    @lola @giulia concordo su Baryschnikov e sulle lounge BA del T5, il mio non luogo ideale

  • Giulia Crivelli |

    @luca
    sono tornata in europa… al momento sono nella lounge BA del T5 di heathrow. la mia idea di lounge perfetta! buon week end, luca!
    @lola
    ecco, parlando di uomini. dafoe non so perché ma mi sembra un po’ viscido. ma baryschnikov…

  • lola |

    Attualmente si può vedere William Dafoe, assieme a Baryschnikov, nello spettacolo di Bob Wilson, a Parigi, ti piacerebbe molto, ne sono sicura.

  • Luca |

    “Enjoyati” Giulia !!!

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