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Elisa, Marilyn, Pilati e la coscienza di sé (e del proprio valore)

Ho visto bene da vicino
L'abito che indosso
E ne ho visto più di un
motivo
Più di un difetto
Non fa niente ormai…
Non fa niente
(…)
E sembra veramente che
tu sappia tutto
E niente riesce più a ferirmi
a farmi male
Arrivare a distruggere
scalfire
O anche solo minacciare
Quel che c'è di buono
in me…
Non fa niente ormai
Non fa niente…

Quelli che ho trascritto qui sopra sono alcuni dei versi della mia canzone preferita tra quelle del nuovo disco di Elisa, "L'anima vola". Con questa canzone ho avuto un colpo di fulmine al primo ascolto, non so se la trarranno mai dal cd come single, credo che daranno la precedenza a "E scopro cos'è la felicità" (scritta da Tiziano Ferro per Elisa) e alla canzone scritta da Ligabue per Elisa, "A modo tuo" (entrambe sono peraltro bellissime). E' una cosa che mi piace molto, scoprire una canzone di un cd che non è al momento all'attenzione del pubblico e forse non lo sarà ma che diventa la MIA preferita di quel cd. Gli altri due colpi di fulmine più definitivi della vita, in questo senso, sono stati con "Downbound train" di Bruce Springsteen (tratto dal disco Born in the Usa del 1984) e con "A heart in New York", cantata da Art Garfunkel durante il famosissimo concerto gratuito tenuto a Central Park nel 1981 da Simon&Garfunkel, subito diventato un doppio album. Ma ci sarebbero tanti altri esempi…

Torniamo alla canzone di Elisa: oltre alle parole è bellissima la musica, ma quei versi mi hanno colpita subito, danno l'idea di una conoscenza si sé, di una consapevolezza e accettazione dei propri pregi e limiti e, soprattutto, della sana indipendenza dal giudizio degli altri. Che va ascoltato, ma non deve metterci in crisi o farci dubitare intimamente di quello che siamo. Semmai, se è il caso, ci può far riflettere, perché l'autocritica fa sempre bene, entro certi limiti (capirete che parlo in generale ma anche di me!)

Sulla maturità di Elisa è stato scritto molto e lei stessa, per il fatto stesso di aver inciso il suo primo cd interamente in italiano, ha detto di non aver mai avuto così tanta serenità e coscienza delle sue doti di cantante e cantautrice e di aver lavorato al disco in grande leggerezza e senza fatica. Tutto le è venuto molto naturale e spontaneo.

La figura di Elisa mi ha sempre affascinata, le sue canzoni e la sua musica mi sono sempre piaciute e la ammiro molto, per il suo percorso, per quanto ha studiato e lavorato sul suo talento e sui suoi sogni di diventare una cantautrice, da giovane parrucchiera che era. Quando, appena tornata nella mia casa, ho riascoltato "Non fa niente ormai" ho automaticamente pensato a Marilyn Monroe, una figura di donna per la quale ho sempre sentito un'empatia pazzesca. Come per Diana, non so bene perché. Di Marilyn mi affascina ovviamente la bellezza e la versatilità della bellezza, ma, temo, soprattutto, la fragilità. In aereo però ho visto un documentario su di lei fatto dalla figlia di Strasberg e basato su due scatole di diari e scritti vari di Marilyn da poco ritrovati. La cosa che mi ha colpita di più – e che sapevo solo in minimissima parte – è quanto duro Marilyn abbia lavorato per diventare quello che è diventata. Non si tratta solo del suo sogno di diventare una star. Certo, ha posata nuda per un calendario quando nessuno lo faceva. E certo, è andata a letto con decine di produttori, agenti, attori e personaggi di secondo piano di Hollywood, e questo all'epoca (e anche adesso, credo) era invece molto comune. Forse si è anche fatta qualche ritocchino dal chirurgo. Ma ha anche studiato tantissimo e lavorato tantissimo su di sé: all'inizio, quando ancora era libera da alcol, psicofarmaci e droghe, faceva ore di ginnastica al giorno, prendeva lezioni di ballo, recitazione, dizione. Leggeva poesie (e le scriveva), saggi, romanzi. Voleva essere una spugna e poi stregare il mondo. A stregare il mondo ci è riuscita, ma non a volersi bene, a stregare se stessa. Per lei non è mai arrivato il momento di dire "Non fa niente ormai". Comprerò il documentario che ho visto in aereo anche perché non sono riuscita a vederlo finire causa atterraggio a Londra e comprerò il libro che raccoglie questi ultimi suoi scritti, per rendere omaggio a Marilyn. Oggi tra l'altro, prima di partire per Hong Kong per l'edizione locale del Cosmoprof, devo andare a ritirare una foto che ho fatto incorniciare di Marilyn e mi sembra che ci sia come una strana coincidenza astrale in tutto questo…

Elisa, Marilyn e l'idea del riconciliarsi, a un certo punto della vita, con sé stessi, l'idea della coscienza di sé, mi ha fatto anche ripensare ad alcune cose che Stefano Pilati, direttore creativo di Zegna Couture e di Agnona dal settembre dello scorso anno, ha detto a Los Angeles. Cose che, per ragioni di spazio, non sono riuscita a scrivere negli articoli usciti sul giornale. Cose che però mi hanno molto colpita. 

Le ha dette per spiegare come sia nata la nuova campagna pubblicitaria di Zegna, "Eminenze grigie", dove appaiono un attore e un modello, che non si guardano quasi mai negli occhi ma tra i quali si percepisce un legame, anche se sono vestiti in modo diverso. "C'è sempre un gioco di specchi tra le persone che lavorano in un team, specie se sono in due. Nel caso di me e Gildo (amministratore delegato del gruppo Ermenegildo Zegna, ndr) è proprio così, ad esempio. Dietro alle mie scelte stilistiche, alla mia funzione, ci sono le sue strategie e dietro alle sue strategie ci sono le mie scelte stilistiche e la mia funzione". Un gioco di specchi non sempre lineare, a volte spezzato, potremmo aggiungere. Perché nessuno vuole riflettere l'esatta immagine dell'altro. E' un gioco di specchi "deformanti" in senso positivo. Gildo Zegna e Stefano Pilati, cercando di guardarsi con i propri occhi e con gli occhi dell'altro, allargano i rispettivi orizzonti di stile, strategici, forse anche di vita. Poi Pilati ha parlato della sua scelta di avere come base Berlino, anche se credo passi più tempo in aereo che nella sua nuova casa nella capitale tedesca. Ha spiegato che Berlino la sente come la "capitale dell'anticonformismo", una città dove non c'è o almeno non c'è ancora una "struttura sociale predefinita", in cui uno deve inserirsi o viene inserito, pena il sentirsi, dolorosamente, un outsider. Una città ideale, insomma, per fare un lavoro creativo in piena libertà, come dovrebbe sempre essere. Ma come evidentemente non era a Parigi, dove Pilati ha vissuto per molti anni e che lo stilista ha definito un luogo di una bellezza schiacciante, una bellezza del passato con cui ti senti obbligato a confrontarti, perché è tutta intorno a te e che inevitabilmente ti fa sentire "non all'altezza".

Per Pilati "Berlino è una città del nostro tempo, che ti obbliga a guardare al futuro, ad abbracciarlo. Il passato c'è… uh se c'è! Ma non ti frena, anzi, ti serve per capire che il futuro deve essere diverso dal passato". Anche in questo caso, forse, aggiungo io, si tratta di un gioco di specchi… Berlino non potrebbe essere quello che è oggi se non fosse per il suo a tratti devastante passato… Nelle parole dello stilista penso possiamo riconoscerci tutti, ma sicuramente erano molto legate alla sua esperienza, alla sua crescita personale, al suo percorso di vita e professionale, con tutte le sue difficoltà e momenti di gloria, oltre che di dolore. Mi sembra però che Pilati, come Elisa, siano molto forti, pur navigando nell'incertezza del confronto continuo con il loro pubblico. Una forza che Marilyn, come donna e come artista, credo non abbia mai provato. E forse è questo che mi fa ammirare tanto Pilati ed Elisa, ma mi fa sentire così legata a Marilyn.

  • giulia |

    @mic
    Mi sembra un’ottima definizione. Anche il suo aspetto, a parte forse i tatuaggi, ha un che di rinascimentale

  • mic |

    @Giulia In un’intervista per Net a Porter Pilati a Pilati Colin McDowell lo definiva un uomo rinascimentale ,-)

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