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Hong Kong, Vasco Rossi, Hugh Jackman e il coraggio di cambiare

Ieri, avvicinandomi a Hong Kong dall'aeroporto, sono rimasta molto colpita dai tanti grattacieli "periferici" impacchettati. A prima vista, sembrerebbero pronti per essere ristrutturati, circondati da impalcature e reti come sono. Invece sono pronti per essere minati e fatti implodere. Le reti servono per evitare danni agli edifici che li circondano. A Hong Kong, insomma, abbattere è meglio che curare, almeno per quanto riguarda i grattacieli più vecchi.

A me piace molto questa isola-città-ex colonia britannica che ha mantenuto la sua identità e forza anche dopo la restituzione alla Cina, nel 1999 (ha ancora la sua moneta, ad esempio, il dollaro di Hong Kong). E' una vera metropoli, con una storia. Non è stata costruita a tavolino né troppo in fretta, come molte delle nuove megalopoli, credo sia davvero la New York dell'Asia. Non ci vivrei, probabilmente. Anche perché, come in moltissimi altri luoghi e città del pianeta, per viverci bene bisogna essere dei privilegiati economici. Altrimenti si è costretti a vivere in pochissimi metri quadri e si ha, credo, la sensazione di essere formiche operaie. Venirci ogni tanto per lavoro e stare in grandi alberghi è un'altra cosa. Di Hong Kong mi piace persino la sua umidità, la sua vegetazione tropicale che spunta tra il cemento, il mare spesso grigio (colpa dell'inquinamento, ovviamente) e il cielo a volte grigio e a volte azzurro, grazie ai venti che soffiano dall'oceano.

L'idea di abbattere un grattacielo o un qualsiasi altro tipo di costruzione per fare posto a uno più bello, magari più alto e più sicuro e sicuramente ancora più futuribile, è strana, venendo dall'Italia. Per gli ecomostri andrebbe benissimo. Ma per la maggior parte dei nostri palazzi, di ogni epoca e stile, ci vuole ben altro. Il patrimonio italiano ha bisogno di essere curato, ristrutturato, in buona sostanza amato. Non succede, ahimè. C'è in questa idea di "distruzione creativa" una metafora, credo, sociale e culturale. Qui a Hong Kong – e in moltissimi altri luoghi del pianeta – c'è sempre qualcuno che lavora al cambiamento, all'evoluzione della società in generale. In Italia nella "migliore" delle ipotesi tutto cambia perché nulla cambi, come diceva il principe di Salina del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Oppure niente cambia punto e basta. 

 Cambiare è difficile e richiede coraggio. Io ho paura dei cambiamenti, di ogni tipo. Ma allo stesso tempo ne sono attratta e affascinata. E forse è anche per questo che mi piace seguire la moda e osservare o palare con stilisti e imprenditori del settore, tutte persone "condannate" a cambiare. Forse spero che per osmosi un po' del loro spirito mi contagi. Perché la conseguenza peggiore del lasciare che la paura del cambiamento ci fermi è il rimpianto, una delle sensazioni più tristi e paralizzanti che si possano provare. 

 Ma torniamo all'idea di cambiamento come l'ho vista messa in pratica nelle ultime ore. Sembra infatti che continui a imbattermi nel tema. Prima di partire ho ascoltato l'ultima canzone di Vasco Rossi: non sono una sua fan sfegatata, ma, diciamo, selettiva. Alcune cose mi piacciono molto, come questa canzone, che si chiama, guardacaso, Cambia-menti:

 Cambiare macchina è molto facile

Cambiare donna un po’ più difficile
Cambiare vita è quasi impossibile
Cambiare tutte le abitudini
Eliminare le meno utili
E cambiare direzione

Cambiare marca di sigarette
O cercare perfino di smettere
Non è poi così difficile
È tenere a freno le “passioni”
Non “farci prendere” dalle emozioni
E “non indurci in tentazioni”

Cambiare logica è molto facile
Cambiare idea già un po’ più difficile
Cambiare fede è quasi impossibile
Cambiare tutte le ragioni
Che ci hanno fatto fare gli errori
Non sarebbe neanche naturale

Cambiare opinione non è difficile
Cambiare partito è molto facile
Cambiare il mondo è quasi impossibile
Si può cambiare solo se stessi
Sembra poco ma se ci riuscissi
Faresti la rivoluzione

Vivere bene o cercare di vivere
Fare il meno male possibile
E non essere il migliore
Non avere paura di perdere
E pensare che sarà difficile
Cavarsela da questa situazione

Le parole di Vasco non sono state l'unica occasione delle ultime ore per riflettere sull'idea di cambiamenti. Nel lungo viaggio da Malpensa (più di 11 ore) ho visto un film che di recente avevo più volte scartato. Si chiama "The Internship", i protagonisti sono Vince Vaughn (che è anche lo sceneggiatore) e Owen Wilson. Rimasti senza lavoro, si candidano per un lungo stage estivo da Google e, fortunosamente, riescono a ottenerlo. Passano così un'estate nel meraviglioso campus di Google di Mountain View, in California, più bello di come mai lo abbia sentito descrivere, circondati da 22 e 23 anni cresciuti a pane e tecnologia. I partecipanti allo stage vengono divisi in piccoli team di cinque persone e poi devono affrontare piccole e grandi prove di ogni genere. Alla fine dello stage, al gruppo che ottiene il miglior punteggio, viene offerto un lavoro fisso (non si capisce se a tempo determinato o indeterminato, ma questi sono termini che forse in America non vengono neppure usati!) da Google.

Il tema del film è il coraggio e la capacità di cambiare. Tutto. Lavoro, come accade ai protagonisti e mentalità (come accade sia a loro sia ai tre ragazzi del team, che all'inizio li detestano per tutto quello che rappresentano e perché ai loro occhi sono dei quarantenni senza passato né presente né futuro). Mi sono molto divertita, rincuorata e forse anche un po' intristita, vedendo il film. Che per certi versi è una favola: magari si riuscisse a cambiare mentalità così in fretta, ma che per altri è realistico. Negli Stati Uniti c'è davvero la religione del cambiamento ed è una cosa affascinante, anche se pericolosa e crudele, in alcuni casi, ed è questa la parte che mi intristisce. Chi non ha la forza di cambiare è condannato. In Europa siamo un po' più indulgenti, credo. E questa è sempre una buona cosa.

L'ultimo spunto in questo puzzle sul cambiamento mi è venuto da due documentari, sempre visti in aereo. Uno è su Beckham, "End it like Beckham", un titolo che richiama quello del film "Sognango Beckham", con una giovanissima Keria Knigthley, che in inglese era "Bend it like Beckham". Il documentario ripercorre la carriera sportiva di Beckham calciatore e la sua trasformazione in celebrity globale, anche grazie al matrimonio con l'ex Spice Girl Victoria. Era il 1995, quando Beckham divenne una star del calcio inglese, ma ora la sua carriera di sportivo pare finita e non è chiaro cosa farà in futuro. Secondo le persone interpellate per il documentario (l'autore di una delle tante biografie di Beckham, il suo parrucchiere di fiducia, il suo tatuatore di fiducia, alcuni dei più famosi giornalisti di spettacolo britannici e altri ancora) potrebbe fare qualsiasi cosa, persino… il sindaco di Londra. Vedremo. Ma certo, anche per lui, qualcosa dovrà cambiare. 

Il secondo documentario che ho visto è una lunga intervista a Hugh Jackman, che secondo me è uno degli attori più affascinanti, da ogni punto di vista, che esistano. Impressionante il racconto dell'audizione e poi della preparazione di "Les Miserables", il kolossal interamente cantato, come un musical sul grande schermo, con, tra gli altri Anne Hathaway (premio Oscar per il suo ruolo) e Russell Crowe. Jackman ha avuto io ruolo quando aveva più di 40 anni, ben oltre ogni fase di gavetta. Eppure ha studiato, di nuovo, canto, recitazione, dizione… La cosa più interessante l'ha detta ricordando gli inizi, come studente a una "Drama School": "Mi chiedevo perché solo chi vuole diventare un attore si iscriva a una scuola per diventare attore… Perché credo che le cose che si insegnano e si imparano in queste scuole sono importanti, anzi, indispensabili, per tutti. Cercando di diventare un attore si scoprono cose del proprio corpo, della propria mente e delle proprio emozioni che non sapevamo di avere. E così si impara non solo ad affrontare un ruolo, ma la vita stessa. Che richiede la massima capacità di adattamento e di cambiamento, senza mai però tradire se stessi". Fantastico.

Ma, da inguaribile romantica quale sono, le parole di Jackman che mi hanno colpita di più riguardano l'amore (è sposato, molto felicemente, con una donna di 13 anni più grande di lui). Dice che un'altra cosa che insegna il mestiere di attore è di "restare svegli", concentrati, attenti ai segnali del corpo e dell'anima, alle sfumature del comportamento che scegliamo di avere. "Senza questo tipo di attenzione ogni relazione muore. Per questo se si è un bravo attore, nel senso in cui lo intendo io, si è anche un buon compagno e un buon padre"-

In un'altra vita, io voglio essere la donna di Hugh Jackman…

  • Giulia Crivelli |

    @luca
    @lola
    grazie carissimi, non riesco a immaginare a un modo migliore per iniziare la giornata che leggere dei commenti così
    forse prima o poi riuscirete nell’impossibile impresa di farmi avere un po’ più fiducia in me stessa…
    @lola
    credo che quando dice “cambiare opinione” vasco rossi pensi soprattutto ai voltagabbana della politica. ma forse mi sbaglio
    buona notte (qui sono le 9 del mattino, ma da voi le 2 di notte!) e buona giornata per domani

  • lola |

    @giulia, tu sei un filosofo romantico dal sens of humour schietto e raffinato ! Bel pezzo si. La vita senza cambiamenti è da spararsi, personalmente mi entusiasmo a ogni possibilità di cambiamento e mi ci butto con tutta la curiosità che ho.
    Non concordo invece con Vasco Rossi, trovo che per la gente in generale è molto difficile cambiare opinione come se cambiare opinione fosse un segno di debolezza.

  • Luca |

    altro bel “pezzo” Giulia … è un piacere leggerti … Brava !

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