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Dare una seconda possibilità alle persone (e ai vestiti!)

Il tema del cambiamento, piccolo e grande, sembra perseguitarmi… Se un giorno dovessi decidere di scrivere un libro, un libro vero, che mi riguardi nel profondo – ma penso che non lo farò mai – quasi certamente dovrà, in qualche modo, affrontare il tema del cambiamento.

In aereo, tornando da Hong Kong (questa volta su 12 ore non ho praticamente mai dormito), ho visto un paio di film e tanti episodi di serie tv. Mi ha molto colpita The Savages, con Philip Seymour Hoffman e Laura Linney. Non l'avevo visto in Italia perché, stupidamente, pensavo fosse tratto da un romanzo di Jay McInerney, L'ultimo dei Savage, e con il tempo ho imparato a diffidare delle trasposizioni cinematografiche. Preferisco, anche quando il film sia fatto bene, tenermi le immagini che la mia mente ha creato leggendo il romanzo, invece di "subire" quelle che ha creato la mente del regista e del team di sceneggiatori ecc che hanno dato vita al film. 

The Savages non c'entra niente con il romanzo di McInerney. Ma è un film stupendo ed è stato un privilegio vederlo senza doppiaggio. Sembrava di essere a teatro, tanto sono bravi i protagonisti e i co-protagonisti. Il tema, come dicevo, è il cambiamento. Il padre dei protagonisti si ammala di demenza senile e fratello e sorella, che non lo vedevano da anni e tra loro si frequentano poco, sono costretti a trovare una soluzione, anche perché la compagna dell'anziano muore e i parenti di lei vogliono vendere la casa in cui la coppia abitava. Si intuisce che il passato famigliare dei due li ha segnati – in negativo – per tutta la loro vita da adulti. Un padre assente ("i miei denti sono storti, non l'hai mai notato? avevo l'apparecchio, ma me l'hanno tolto prima che avesse fatto il suo lavoro, perché papà si dimenticava di pagare i conti del dentista"), una madre completamente mancante dal quadro di ricordi di riferimento (morta? andata via di casa? non si capisce). Due vite lavorative di ripiego, anche se fratello e sorella sono chiaramente intelligenti e ben istruiti. Lei lavora per un'agenzia di lavoro interinale ma scrive copioni per il teatro e cerca di ottenere un "grant" da una fondazione; lui insegna in un piccolo college della East Coast storia della drammaturgia moderna ma spera di vedere pubblicato un suo monumentale saggio sulla vita e l'opera di Bertolt Brecht. Entrambi hanno una vita sentimentale abbastanza disastrata: lei, 39 anni, ha una storia con un uomo sposato che non ha alcuna intenzione di lasciare la moglie, lui, 40 anni o poco più, è innamorato di una collega polacca a cui scade il visto ma che lascia tornare a Cracovia perché l'unica soluzione per farla restare negli Stati Uniti sarebbe sposarla e dice alla sorella di non essere pronto (anche se a metà film si scopre che la proposta lui l'aveva fatta, è stata lei a dire di no, nonostante la prospettiva di tornare in Polonia non fosse allettante).

La malattia del padre, la necessità di affrontare il problema della ricerca di una casa di riposo, l'impossibilità di recuperare un rapporto con il genitore, che per la maggior parte del tempo li scambia per infermieri o personale di servizio, la riscoperta, parallelamente, del rapporto fratello-sorella, denso di conflittualità ma anche di amore profondo… tutto questo li cambia, in pochi mesi, molto più di quanto si rendano conto. E quando il padre muore, il fratello (John) parte per la Polonia, con la scusa di far vedere il suo libro a un editore ma soprattutto per convincere la sua amata a sposarlo e tornare negli Stati Uniti; la sorella (Wendy) trova il coraggio di chiedere aiuto al suo amante, un produttore teatrale, per mettere in scena la commedia basata sulla sua infanzia. Ma la scena più bella è quella finale: Wendy corre attorno al laghetto di Central Park, è l'alba e sullo sfondo ci sono i grattacieli illuminati dalla luce del mattino. La telecamera si sposta: dietro a lei c'è il cane del suo amante, un vecchio labrador di nome Molly. In occasione dell'ultimo incontro con l'amante che avevamo visto lui le aveva detto che il giorno dopo avrebbe addormentato l'amatissima Molly, perché i dolori all'anca, molto frequenti nei cani di grossa taglia, non si erano risolti con la fisioterapia e l'acquagym per cani che aveva tentato e il cane era in grandissima sofferenza. L'opzione chirurgica, dice l'uomo a Wendy, è da escludere perché la riabilitazione sarebbe troppo lunga e dolorosa per un cane della sua età. Ma alla fine Molly ce l'ha fatta, corre dietro a Wendy in Central Park grazie a una specie di carrellino applicato alle zampe posteriori, un marchingegno di fisioterapia canina, evidentemente. Il cane ha l'aria affaticata ma felice e le ultime parole di Wendy sono "come on Molly, come on baby".

Tutto quello che vi ho raccontato succede senza grandi commenti, analisi, autocritiche. succede e basta, matura grazie agli eventi della vita, quelli che non possiamo controllare, ma che a volte ci cambiano impercettibilmente, se diamo loro un piccolo aiuto, se abbiamo il coraggio di guardarci nello specchio con onestà e un po' di sana autocritica. E se conserviamo il coraggio di affrontare i problemi e se riusciamo ad avere, comunque, fiducia nel nostro futuro.

L'altro film che ho iniziato a vedere è REDS2, con Bruce Willis, John Malkovic e… Helen Mirren. Ma non mi è stato possibile andare oltre i 15 minuti. E' una storia troppo demenziale anche per me – che a volte guardo con gran gusto ciò che è demenziale. E' una storia di vecchi amici e vecchi killer che ripiombano in una sorta di complotto internazionale. Inguardabile, giuro.

Allora mi sono dedicata alla sezione "TV". E li ho visto sei episodi di CSI-LAS VEGAS (il migliore, secondo me, forse l'ho anche già scritto, perché è davvero una delle mie passioni, anche se sarà sempre orfana di Grissom) e sei di una serie che avevo notato anche durante il viaggio di andata: mi aveva incuriosita ma non abbastanza. Si chiama LA FROCK STARS (http://www.smithsonianchannel.com/sc/web/series/1002962/la-frock-stars) e racconta la storia di un negozio specializzato in abiti vintage di Los Angeles, che si chiama (nome GENIALE e intraducibile), THE WAY WE WORE (http://www.thewaywewore.com). Il motto della proprietaria, Doris Raymond, è "Fashion trends are fleeing, but good vintage garments are forever".

Doris è una donna eccezionale, per molti motivi: è appassionata e competente, in tema di moda e storia del costume, come raramente mi è capitato di vedere. E' anche una piccola grande imprenditrice: il fatturato del negozio è di un milione di dollari all'anno (sugli utili non è dato sapere, ma è chiaro che Doris non è una che lavora per i soldi, anche se la sua priorità è avere un'attività sana dal punto di vista economico, perché solo così può continuare a esistere). Doris è anche un capo fantastico: sa scegliere le persone con cui lavorare e soprattutto sa come motivarle e valorizzarle. Ma – ed ecco che rispunta il tema del cambiamento – ciò che mi ha colpito della serie è l'idea che i vestiti, come le persone, possono avere una seconda vita, una seconda possibilità, con l'aiuto di qualcuno che creda in loro e li sappia valorizzare (la mitica Doris, in questo caso). Potrà sembrare un parallelo sciocco o fuoriluogo, quello tra seconde possibilità e rinascite di persone E di vestiti, ma a me è apparso proprio questo. Cambiare per continuare a vivere, nel vero senso della parola. 

Ieri ho scritto a Doris, che mi ha risposto nel giro di poche ore, confermando l'ottima impressione di lei che avevo avuto guardando LA FROCK STARS. Mi ha detto di andare a trovarla, la prossima volta che sarò a Los Angeles. Lo farò senz'altro. Ho sempre avuto bisogno – o pensato di aver bisogno – di persone che, anche inconsapevolmente, mi ispirassero, mi dessero fiducia in me stessa e nel futuro in generale. Non ne ho trovate poi tante. Uno dei miei grandi rimpianti, delle mancanze che sento, è quella di non aver avuto maestri, nel lavoro, in particolare, se non forse di recente. E di non aver avuto persone che credessero in me. Ma questo è un tema al quale, forse, dedicherò più spazio in futuro.

Per oggi può bastare quello che ho scritto, sempre molto di più di quanto penso di scrivere quando apro il blog… Cambiare è possibile. Senza fare rivoluzioni e senza illuminazioni e senza miracoli, in quelli ho smesso di credere. Dare e darsi una seconda possibilità è necessario ed è giusto. Io continuerò a provarci, lo prometto a me stessa. Lo faccio quasi ogni giorno.

 

  • Giulia Crivelli |

    @alberto
    @disilluso
    Mi è capitato una sola volta, per ora, di avere l’orrenda sensazione di essere messa, ingiustamente, da parte. Di essere circondata, sul lavoro, da persone che volevano farmi credere di essere inutile, superata, disprezzata. E’ stato terribile, ma per fortuna è durata poco e spero non mi accada più. Quindi concordo in pieno: mai cedere alla cultura “usa e getta” e mai perdere la fiducia nella capacità di avere un ruolo, anche piccolo, nel mondo

  • disilluso |

    … ovviamente quanto sopra non significa che si debba attendere l’assistenzialismo quando ci si ritrova in situazioni di inutilità o non autosufficiente… ma che si possa e si debba trovare un’altra via per essere utili a sé e agli altri!

  • alberto |

    … ecco, tra le righe, un vero messaggio di speranza. Non si può applicare la subcultura Gilette o Swatch a tutti gli oggetti (attitudine ormai penetrata ovunque)… giammai alle persone (altra attitudine purtroppo diffusa — ricordo vagamente un film anni ’70 visto in tv: quando uno diventava vecchio se non passava gli esami per dimostrare di essere utile e autosufficiente veniva condannato a morte — oggi pare una tesi valida anche per chi sta nel mezzo del cammino). Grazie Giulia.

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