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Isabella Blow, (auto)condannata a essere originale

Non c'è stato il tempo di visitarla, ma ho letto molto, nelle poche ore in cui sono stata a Londra sulla mostra "Isabella Blow: Fashion Galore", dedicata a Isabella Blow e ai suoi abiti che è stata inaugurata pochi giorni fa a Somerset House e che resterà aperta fino al 2 marzo 2014 (somersethouse.org.uk). Il manifesto della mostra è una foto del 1997, scattata da Mario Testino, di Isabella avvolta in un indefinibile ma voluminosissimo abito rosso con altrettanto indefinibile cappello nero. La morte di Isabella, che si è suicidata ed è morta sola, sostanzialmente isolata, anzi, e povera, mi aveva molto colpita. Anche perché meno di tre anni dopo, nel 2010, si suicidò pure Alexander McQueen e si disse che tra i motivi che l'avevano spinto a togliersi la vita c'era la morte dell'amica giornalista. Che poi, definirla giornalista è riduttivo, come dimostra la mostra alla Somerset House. Isabella svolse un ruolo importante nello scoprire e sostenere e avviare verso il successo giovani stilisti britannici. McQueen è forse il caso più famoso, non certo l'unico. Su Highlife, la rivista di bordo della British Airways (adoro le riviste di bordo, tranne quella dell'Alitalia), c'è un lungo ricordo di Philip Treacy, diventato nel tempo uno dei più famosi "stilisti di cappelli" del mondo. Sono tra le persone che si è accorta di Isabella Blow dopo la sua morte, nel 2007, e ne sono da allora incuriosita. Le parole di Treacy aiutano molto a farsi un'idea della sua complessa – e fragile – persona. 

"La moda è cambiata drammaticamente. Ora ha a che fare soprattutto con il marketing e Isabella non riusciva a capirlo – le interessava solo la parte creativa. L'idea di andare alla presentazione di una nuova linea di calze la intristiva, preferiva andare a vedere una mostra sui gioielli di Maria Antonietta o fare ricerca su cosa piaceva alla regina. Inoltre, si era ammalata di depressione ed era difficile per gli amici raggiungerla. Parte del problema era il suo macabro senso dell'umorismo. Scherzava continuamente sui suoi tentativi di suicidio e i suoi amici non sapevano se prenderla sul serio o no".

Di questo passaggio del ricordo di Treacy mi colpisce sia la parte su come il mondo della moda, secondo lo stilista, sia cambiato (non so se sia davvero così) sia la parte sulla depressione. So per esperienza personale e famigliare che è proprio così: quando una persona si ammala di depressione (molto giusta la scelta delle parole, da parte di Treacy, by the way, che non dice "è depressa" bensì "si ammala di depressione"), diventa inaccessibile. Per aiutarla, o cercare di farlo, spesso bisogna quasi farle violenza. E viene da chiedersi se sia giusto farlo, oltre al fatto che è un'impresa difficilissima. 

Ecco un altro passaggio del ricordo di Treacy: "Prima di morire Isabella stava così male che, per quanto strano possa sembrare, sono felice che il suo nome e la sua vita stiano attirando più attenzione ora che è morta, rispetto a quando era in vita. E' una cosa che l'avrebbe affascinata. Ci sono personalità che vivono una seconda vita dopo che sono scomparse, che vengono illuminate ex novo. A Isabella è successo così. Tutti, credo, desideriamo essere ricordati in qualche modo, dopo la nostra morte. A lei sta succedendo grazie a mostre, libri, spettacoli teatrali, conferenze, corsi universitari. Credo che la mostra a Somerset House le sarebbe piaciuta moltissimo. Per quanto spudorata, Isabella aveva poca stima di sé. Ostentava sicurezza, ma non sempre l'aveva". 

E rieccoci al tema della sicurezza di sé: osare, ostentare, attirare lo sguardo e l'attenzione degli altri, sono indicatori parziali. A volta significano che uno ha trovato il suo piccolo posto nel mondo, a volte significano esattamente l'opposto. Ma anche in questo caso, è difficile farsi aiutare da chi ci circonda. Quel posto nel mondo dobbiamo trovarlo da soli. Isabella è stata molto amata, ma non si è amata abbastanza.

"L'influenza che Isabella ha esercitato è evidente. E' grazie a lei se io e Alexander McQueen non siamo stati considerati dei pazzi. Fu Isabella a creare, letteralmente, le carriere di molte persone, anche se non tutte sarebbero disposte ad ammetterlo. Era interessata a ogni aspetto della cultura, non era semplicemente una giornalista di moda che decretava cosa sarebbe stata la tendenza della stagione. Le persone la sottostimavano, forse perché alle nove del mattino aveva un aspetto allarmante (non è chiaro se Philip Treacy alluda al fatto che appena sveglia Isabella fosse già ipertruccata e vestita, oppure avesse sembrasse uno zombie). Lady Gaga è la versione commerciale di Isabella. Ha portato lo spirito di Isabella alle masse. Ma quando Isabella era viva, vestire in quel modo era una cosa assai più radicale. Isabella è stata una pioniera. Penso a lei e a cosa le sarebbe piaciuta in ogni momento. Isabella è parte del mio immaginario di stilista perché è stata lei ad aiutarmi a svilupparlo. Lei fa parte della mia vita di stilista, lei è parte di me. Non ho mai conosciuto qualcuno come lei. Tutto era unico e imbattibile in lei: l'intelligenza, il calore, la personalità, il senso dell'umorismo, le sue battutacce, la sua abilità di mettersi un abito haute couture tenuto su da tre spille da balia, senza pensare che forse sarebbe stato meglio ripararlo. Amavo questo aspetto di lei. Capelli sfatti, scarpe col tacco basso, ma con l'aria di chi pensava di essere perfetta così. Camminava al ritmo del suo stesso tamburo".

C'è molto amore, certo, in queste parole. Ma non so se Philip Treacy sia completamente sincero con se stesso quando racconta di Isabella e della sua originalità. Non so quanto fosse facile essere così originali. Ho piuttosto l'impressione che Isabella si fosse autocondannata alla perenne originalità, alla ricerca di stupire e sembra diversa. E temo che sia stato proprio questo a ucciderla.

  • Giulia Crivelli |

    @lola
    @pulchra
    è vero, i “”””””””brutti”””””””” (notare il numero di virgolette!) usano i vestiti per sentirsi meno “””””””brutti”””””””. e questo depone a favore dell’utilità sociale dell’abbigliamento, ammesso appunto che serva ai “”””””””brutti””””””””” per difendersi dai canoni conformisti sull’aspetto fisico (quante considerazioni ci sarebbero da fare su questo!)
    la differenza tra isabella e diane è che isabella, per quel che ho capito, non riuscì mai a fregarsene davvero di quei canoni, semplicemente li combatté ferocemente
    diane invece se ne fregò eccome, forse aiutata dal fatto di aver trovato un uomo che lei considerava bellissimo e in presenza e accanto al quale si sentiva bellissima

  • pulchra |

    @lola aggiungerei anche Diana Vreeland

  • lola |

    L’originalità come maschera, perché si pensa che senza di quella, non si è all’altezza degli altri, è un classico. Vedi gli adolescenti quando passano da tutti quei periodi in cui vestono in modo (secondo gli adulti borghesi) strambo.
    Isabella Blow era brutta, secondo i canoni conformisti, e spesso i brutti scelgono l’originalità nel vestire, per sentirsi bello, vedi Schiapparelli, idem.

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