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Il vero lusso? Un portaspilli in oro, smalto e diamanti

Ancora poche ore e lascerò Parigi per tornare a Milano. Sono arrivata ieri per intervistare il ceo e presidente di Cartier Stanislav de Querzice (nome meraviglioso!), che guida la maison dal gennaio di quest'anno (chi vuole può leggere sul Sole di oggi l'intervista, molto incentrata su temi economici e sulle strategie di Cartier). Oggi al Grand Palais, a pochi metri dall'inizio degli Champs-Elysées, si apre ufficialmente la mostra "Le style et l'histoire", che resterà aperta fino al 16 febbraio 2014: 600 gioielli, orologi, oggetti d'arte, oltre a 300 disegni e schizzi preparatori, decine di foto d'epoca e alcuni vestiti (spettacoli, direi dei vestiti-gioiello) delle varie epoche in cui è divisa la mostra. L'allestimento è molto buio e dopo un po' (io e alcuni altri giornalisti abbiamo potuto visitare la mostra ieri in anteprima per un'oretta) viene voglia di tornare a vedere il sole, ma sicuramente questa mancanza di luce naturale va brillare ancora di più i diamanti e quindi va benissimo.

Ieri a Parigi era una giornata stupenda: fredda, ma con un cielo azzurro impeccabile. I palazzi intorno a Place Vendome, l'Opera e l'inizio di Boulevard de Capucines, la zona vicino all'albergo in cui ho gironzolato un pochino dopo pranzo, aspettando di fare l'intervista, erano più maestosi del solito. Il sole gli dona, ovviamente. Però mi è venuto in mente Stefano Pilati e quello che ci ha raccontato a Los Angeles, per spiegare perché abbia lasciato Parigi per Berlino. Ha detto che la bellezza di Parigi, per forza di cose inanimata, stava diventando oppressiva, per lui. Da stimolo, come era all'inizio, quando si era trasferito per lavorare da Gucci con Tom Ford, era diventata piano piano un freno, un problema. Nel mio piccolo e senza tutte le implicazioni che può avere una situazione così per un creativo puro come è Stefano Pilati, anche io mi sono sentita un po' schiacciata dalla bellezza inanimata dei palazzi di Parigi. Suppongo che la soluzione sarebbe, vivendoci, di stabilire delle relazioni con gli abitanti, perché sono le persone che danno un'anima a una città, a un luogo. Però la sensazione, in questa toccata e fuga, è stata appunto di "troppa bellezza per me". Torno quindi volentieri a Milano, dove ogni cosa è più piccola e più famigliare… sto invecchiando, suppongo.

Ma torniamo a Cartier. Tra le cose che mi ha detto de Quercize e che inevitabilmente sono rimaste fuori dall'intervista pubblicata oggi sul Sole (la carta è tiranna, in termini di spazio!) c'è questa, la passione "per la perfezione di ciò che non si vede". Il ceo di Cartier mi ha raccontato che, come ogni gioielliere che si rispetti, quando gli viene messo in mano un nuovo pezzo, lui lo gira e guarda come è fatto il "retro". Noto, come la maggior parte dei top manager di maison che fanno parte di grandi gruppi, per NON rilasciare nemmeno un dato economico o finanziario (quelli che ho inserito nell'intervista sono stati elaborati da analisti del settore), de Quercize ha "svicolato" anche la domanda su quale sia, oggi, il primo mercato di Cartier. "The country where we sell the most?", mi ha detto divertito. "It's the country of lovers"… Evabbè… Però c'è del vero nel mito del "gioiello comne pegno d'amore". Girando per la mostra al Grand Palais ho visto oggetti incredibili: la maggior parte sono stati regalati da uomini molto facoltosi alle donne di cui erano innamorati. Altri donne molto ricche se li sono regalati da sole, forse per testimoniare l'amore che avevano per sé stesse e per le cose belle e lussuose, da usare nella vita di tutti i giorni, con incredibile (e forse per alcuni irritante, non chalance).

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Tra gli "uber gioielli" cito il collier da parata creato nel 1928 su ordinazione di sir Bhupindra Singh, maharajah di Patiala, la creazione più imponente mai commissionata ad un gioielliere occidentale. In origine, mi hanno spiegato, il collier era ornato di 2.930 diamanti, per un peso totale di 1.000 carati. Il diamante giallo al centro era, all'apoca, il settimo più grande al mondo.

Incredibili anche i gioielli ricevuti in dono da Wally Simpson o che lei stessa comissionò sapendo che il suo amato compagno avrebbe pagato il conto. Mi hanno colpita in particolare gli occhiali in oro da lettura ornati da un grande felino.

Barbara Hutton invece, ereditiera americana nonché moglie di Cary Grant, amava le tigri più delle pantere. Si fece fare orecchini e pendente. Ma la cosa che mi ha colpita di più in assoluto sono gli oggetti di uso più o meno quotidiano: dai portasigarette ai porta bloc-notes, dal puntaspilli in oro, smalto e diamanti al metro da cucito altrettanto prezioso. Per non parlare del cannocchiale da teatro in jet e diamanti o dei portaaccendini o portarossetti o portacipria.

Mi piace pensare che le donne che possedevano questi oggetti (quasi tutti creati negli anni 20 e 30) non li ostentassero, ma li usassero con amore e discrezione, sapendo di averli in borsetta ma senza trattarli come trofeo. Un lusso vero, ma molto discreto, come forse dovrebbe essere il vero lusso.

  • lola |

    @giulia, sono d’accordissimo con te ma credo che il lusso “volgare” non esiste in quanto per essere lusso non può in nessuna maniera essere “volgare”. Sono la ricchezza e la sua esagerata dimostrazione (l’esibizione come noti) ad essere volgari e questo, lusso, non è. Credo che la pensiamo allo stesso modo. Andrò a vedere la mostra, mi piacciono molto i gioielli e quell’incredibile “miracolo” della materia che sono. Ho ancora negli occhi la bellissima mostra Van Cleef dell’anno scorso.

  • Giulia Crivelli |

    @lola
    carissima, hai ragione, il lusso può avere definizioni molto più articolate e, diciamo, romantiche. Vedendo oggetti come quelli del Grand Palais me n’è venuta una scontata. Ho cercato di non essere troppo “moralista”, anche se sicuramente bisognerebbe ricordarsi delle disuguaglianze che, negli anni 20 come oggi, sono alla base e allo stesso tempo vengono prodotte dall’industria del lusso. Però resto convinta che ci sia un lusso sfacciato, esibito, volgare. e uno dal volto più umano, per così dire, o discreto o consapevole…

  • lola |

    Il vero lusso sarebbe dunque l’oggetto inutile fatto di un materiale costosissimo e bellissimo ?
    Non capisco questa passione per Parigi. Eccetto qualche spunto bello e suggestivo come parte del lungo Senna illuminato di notte, qualche via e qualche palazzo, Parigi è una brutta città dove si mangia il più delle volte maluccio, dove la gente è bisbetica e indifferente (per non dir di peggio), dove non trovi un frutto maturo e saporito, dove il clima è deprimente ma Parigi offre molte possibilità di svago e di cultura.

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