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Riflessioni natalizie, tra melanconia e ricordo di chi non c’è più, come Sergio Loro Piana

Forse ha ragione mia mamma: solo i bambini, diciamo fino alla pre-adolescenza, riescono a godersi il Natale e a coglierne a fondo la parte gioiosa, giocosa, serena. Per gli adulti spesso il Natale è una fatica: bisogna pensare al menù dei vari pranzi e cene, fare i regali e prepararsi a riunioni di famiglia che hanno sempre un'incognita di tensioni tra parenti che magari durante l'anno si frequentano poco. Devo dire però che non ricordo di stragi famigliari di Natale, anche se per esperienza personale so molto di tensioni a tavola. Forse il buon cibo, quel poco o tanto alcool che si beve e il dato oggettivo di trovarsi tutti insieme attorno a una tavola imbandita alla fine smussa le tensioni e le cose vanno sempre meglio di come ci si potesse aspettare. L'atmosfera natalizia e il mito del "a Natale siamo tutti più buoni" forse sono molto più reali di quanto anche una scettica pessimista come me possa pensare. Ieri ad esempio pensavo che qualche tensione ci sarebbe stata, alla mia tavola natalizia di parenti strettissimi. Invece è andato tutto bene e forse gli effetti positivi si protarranno ben oltre le festività del 2013. Ne sarei felice, ovviamente.

Ma c'è un altro motivo che, tra gli adulti, toglie un po' di magia al Natale, secondo me. E' la consapevolezza, specie negli ultimi anni, di quanto sia difficile la vita per molte delle persone che vivono nella nostra stessa città, nel nostro stesso Paese o continente. Per non parlare di chi ha avuto la ventura di nascere in Paesi e continenti ben più sfortunati. E' davvero un paradosso che mi schiaccia, quando mi fermo a pensarci per più di qualche secondo: prima di Natale sono andata anch'io in giro per regali e ne ho comprati tanti. Ma intorno a me, nel centro di Milano, ho visto tanti senzatetto come mai mi era capitato. E tanti giovani immigrati, probabilmente clandestini, con le loro mercanzie contraffatte o i loro libri. Tra loro molte donne, anche queste in aumento. Per non parlare dei dati ufficiali: tutte le mense per i poveri di Milano, i centri di assistenza e primo soccorso e le associazioni di volontariato hanno snocciolato numeri da brivido, con un'impennata delle persone che passeranno il Natale senza una casa e quasi sempre senza prospettive.

Eppure continuiamo la nostra corsa ai regali, ai festeggiamenti, all'oblio, tutto sommato. Si può aiutare, nel nostro piccolo, certo. Si possono fare donazioni di denaro o di tempo. Ma per quanto grandi saranno sempre gocce nel mare. Vale la pena farle, certo. Ma resta la sensazione di svuotare il mare con un secchiello. E restano gli interrogativi che mi perseguitano da tantissimi anni. Cosa ho fatto io per meritare di nascere dalla parte "giusta" del mondo e che senso ha un mondo con così tante differenze e ineguaglianze.

Un'altra cosa che, credo, condiziona la serenità del Natale è il ricordo di chi non c'è più. Anche in questo i bambini sono fortunati, hanno quasi sempre un rapporto con la morte sereno. Sanno farsi una ragione della scomparsa di persone, animali, cose. Noi adulti non riusciamo. Quest'anno in particolare ho pensato moltissimo a mio zio Sandro, morto nel marzo del 2012, e a mia zia Josel, morta nel maggio del 2011. Mi hanno lasciato in eredità la loro casa e quest'anno, per la prima volta, ho organizzato lì un pranzo di Natale. La loro presenza, il loro ricordo, era ovunque. E con il ricordo viene la malinconia e, nel mio caso, il rimpianto delle cose non dette.

Ho pensato anche a chi proprio in questi giorni ha perso una persona cara. Il papà di Paola ad esempio se n'è andato sei anni fa poche ore prima di Natale, trasformando i giorni di festa in giorni di lutto, quell'anno e, un pochino, anche negli anni successivi.

Ho pensato anche alla famiglia Loro Piana: Sergio, il maggiore dei due fratelli che guidavano l'azienda di famiglia, è morto venerdì scorso, mentre io partivo per Londra, per andare a portare i regali ai miei nipoti, che vivono lì da quasi sei anni.

Appena atterrata a Londra, ho acceso il blackberry e tra le mail c’era quella sulla scansione delle pagine del Sole 24 Ore del giorno dopo. Una mail molto utile ai caporedattori, che in genere guardo molto velocemente. Non so perché, venerdì l’ho letta tutta e circa a metà c’era scritto: pagina su morte Loro Piana da decidere. Mi è sceso un brivido per la schiena. Non so se esiste un modo migliore di un altro per sapere che una persona che conosciamo o che ci è cara è morta. Ma questo è stato particolarmente straniante.

Sergio Loro Piana era un imprenditore illuminato e illuminante. Paola (Bottelli) ha scritto un articolo che rende perfettamente l'idea di questo aspetto e di molti altri (l'articolo è uscito sul Sole 24 Ore di sabato scorso). Sergio Loro Piana era anche un uomo affabile ma non affettato, anzi. Era un bellissimo uomo e molto affascinante. Ed era un piacere sentirlo parlare (meglio, accennare, perché era anche discreto) di sua moglie e dei suoi figli. Aveva le idee chiarissime sulle scelte aziendali, ma sapeva entusiasmarsi come un bambino per i nuovi prodotti che andavano introducendo. Come giornalista, era l'imprenditore e l'uomo ideale da incontrare e intervistare. Aspettavocon piacere quello che era diventato un appuntamento annuale per raccontarmi cone si era chiuso l'esercizio. Ho incontrato Sergio Loro Piana nell'aprile scorso per l'ultima volta. Abbiamo parlato dei risultati (ottimi) dell'azienda nel 2012. Quando, in luglio, è arrivata la notizia della vendita dell'80% a Lvmh per 2 miliardi sono rimasta sorpresissima, ma ho pensato che Sergio e suo fratello Pier Luigi dovevano averci pensato molto bene prima di farlo. Prima o poi avrei voluto trovare il coraggio di chiedere a Sergio o a Pier Luigi di raccontarmi la loro versione, le loro motivazioni, se ne avessero avuto voglia. Non c'è stato il tempo. Ma in fondo erano curiosità giornalistiche non poi così importanti. Ho pensato al vuoto che Sergio deve aver lasciato (aveva solo 65 anni) e al dolore della moglie e dei figli. Spero che sia arrivato loro un po' del calore con cui li ho pensati. Ma credo che il loro mondo in questi giorni si sia fermato e che vorrebbero che tutto il mondo di fermasse, come nella poesia di Auden, che riporto qui come avevo fatto in ottobre, ricordando Sara Bianchi. Solo i poeti sanno mettere in parola il dolore e la melanconia.

 

 

FUNERAL BLUES

Stop all the clocks, cut off the telephone,
Prevent the dog from barking with a juicy bone,
Silence the pianos and with muffled drum
Bring out the coffin, let the mourners come

Let aeroplanes circle moaning overhead
Scribbling on the sky the message He Is Dead,
Put crêpe bows round the white necks of the public doves,
Let the traffic policemen wear black cotton gloves.

He was my North, my South, my East and West,
My working week and my Sunday rest,
My noon, my midnight, my talk, my song;
I thought that love would last for ever: I was wrong.

The stars are not wanted now: put out every one;
Pack up the moon and dismantle the sun;
Pour away the ocean and sweep up the wood.
For nothing now can ever come to any good.

BLUES IN MEMORIA

Fermate gli orologi, il telefono sia rimosso,
Tenete buono il cane con un succulento osso,
Fate tacere i pianoforti e con un rullio smorzato
Esponete la bara, ricevete chi è addolorato

Fate che gli aerei volteggino alti con sconforto
Scrivendo nel cielo il messaggio: Lui è Morto,
Adornate di crespo il collo dei piccioni metropolitani,
Fate indossare guanti neri ai vigili urbani.

Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Oriente e il mio Occidente,
La mia settimana di lavoro e la mia domenica a far niente,
Il mio mezzogiorno, la mia mezzanotte, il mio discorso, il mio canto,
Credevo che l'amore fosse eterno: mi sbagliavo tanto.

Non servono più le stelle: spegnetele una a una;
Smantellate il sole e imballate la luna;
Svuotate l'oceano, sradicate le piante.
Perchè ormai più nulla sarà importante.