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L’Wren Scott, il dolore e il mistero di ogni suicidio

Wren
Oggi ho letto molti articoli sulla morte di L'Wren Scott. Ne hanno scritto tutti i quotidiani italiani e naturalmente i giornali americani. Ma soprattutto si è scritto di tutto su internet. Non conoscevo bene la storia di L'Wren (Rampini su Repubblica scrive che imparò a cucire perché non le piacevano gli abiti che la sua comunità di mormoni dello Utah le imponeva), né avevo mai visto una sfilata del suo marchio, che era in calendario nella fashion week di New York. Sapevo che era alta, ma non COSI' alta (1 e novanta). Sapevo che era la compagna di Mick Jagger, ma non che la relazione era riuscita a battere, in longevità, quella di Jagger con tutte le altre donne importanti della sua vita, dalla prima moglie Bianca a Jerry Hall. Sapevo che aveva fatto la modella, ma non sapevo quanta sensazione avesse fatto negli anni 80 sulle passerelle di Parigi e Londra. Perché era bella, certo, ma di una bellezza particolare, diversa da quelle delle super top come Naomi e Claudia Schiffer, per capirci. Non sapevo che la sua società era indebitata (c'è chi si avventura a ipotizzare che si sia suicidata per questo).

Più guardavo le foto di L'Wren, oggi, più leggevo stralci della sua biografia, più mi rendevo conto che di questo suicidio non sapremo mai le ragioni. E poi mi son detta: ma quando mai è possibile "sapere le ragioni di un suicidio"? Secondo me è impossibile, anche quando c'è una nota, una confessione, una lettera. O magari ci sono persone che dicono di aver percepito quanto fosse depressa una persona e che si aspettavano un atto tanto estremo. Ma come si può intuire la volontà di uccidersi, anche quando si è molto vicini a una persona? Per chi vuole continuare a vivere è qualcosa di impensabile. Atto estremo e irreversibile, di disperazione totale e incomunicabile. Sono sicura che Mick Jagger non avesse intuito, neppure lontanamente. Lui è ancora un vulcano affamato di vita, come può intuire una volontà di suicidio? Non ne ha gli strumenti, secondo me.

Mi è venuto in mente un libro di Martin Amis e il terrore che avevo visto negli occhi di una mia cara amica quando le avevo detto che mi era molto piaciuto. Si chiama "Il treno della notte", in Italia lo ha pubblicato Einaudi nel 1997. Il protagonista è Mike Hoolihan, che deve indagare sulla morte dell'amica Jennifer. Fintamente poliziesco (e pensare che l'avevo comprato per quello, in un momento di passione per il genere!), il romanzo di Amis mi era sembrato in realtà una riflessione sul suicidio e sul fatto che i morti diventano spesso fantasmi di cui non riusciamo a liberarci, complici i nostri sensi di colpa,le nostre paure, le nostre insicurezze. Hoolihan cerca di dare un senso a quello che è successo, di colmare un vuoto. Solo che il vuoto è incolmabile e il senso non c'è, per chi resta. Non c'è senso nel suicidio e forse c'è n'è poco anche nella vita, almeno secondo il detective Mike Hoolihan.

Parker7cx
Cercando disperatamente un po' di leggerezza e riferimenti letterari altrettanto solidi ma meno angoscianti di Martin Amis, in un giorno in cui ho molto (troppo, forse) pensato al buco nero in cui era sprofondata L'Wren Scott e all'incapacità di tirarsene fuori, ho ripensato anche a Dorothy Parker (qui accanto), che di infelicità era esperta, purtroppo. E un paio di volte aveva anche tentato il suicidio. Ma in modo (è solo un'intuizione) meno "deciso" di L'Wren. Tanto che fu poi persino capace di ironizzare sulla vicenda, scrivendo la poesia:

 

 

"I rasoi fanno male,

i fiumi sono umidi,

l’acido macchia,

le droghe danno i crampi,

le pistole sono illegali,

i cappi cedono,

il gas strapuzza…

Tanto vale vivere".

Per L'Wren non valeva più la pena di vivere. Una sensazione che spero di non provare mai.

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  • eli |

    Cara Giulia, ho scordato di dirti che il tuo articolo è bellissimo; salta all’occhio che non sei la solita guardona del gossip, ma che per te la persona, chiunque essa sia, ha un grande valore e merita una sana curiosità.
    Sai, è molto facile andare dietro a luoghi comuni e pregiudizi; molto più difficile per noi “comuni mortali”, capire che il fatto di essere delle star non significa per forza essere dei ricconi vuoti e privi di sani valori.
    Ora i giornali sguazzano nei pettegolezzi più sfrenati sui presunti o effettivi debiti, che avrebbero portato ad un gesto così estremo e sul fatto che non si capisce perché il compagno ricchissimo non sia intervenuto a coprire tali presunti debiti.
    Che ne sanno? Che ne sanno di una donna creativa ed orgogliosa, che magari non ha nessuna intenzione di fare la mantenuta; che ha delle sane ambizioni e che vuole farcela da sola. Non è una cosa brutta non voler pesare sul proprio compagno. Caso mai la cosa brutta è non avere la capacità di chiedere AIUTO quando necessario e doveroso.
    Anche su questo però, è molto facile fare bla bla; bisogna valutare caso per caso, fino a che punto una persona può venire scombussolata; fino a che punto vengono invalidati i suoi scopi; fino a che punto si sente franare la terra sotto i piedi.
    Ho avuto abbastanza impatti dalla vita e mi sono occupata di abbastanza disgrazie altrui, da non stupirmi più di niente.
    E’ talmente precaria e stressata la condizione del genere umano attuale, che faremmo bene ad applicare un concetto che ho letto da qualche parte:
    OGNI PERSONA CHE INCONTRI STA COMBATTENDO UNA BATTAGLIA DI CUI NON SAI NULLA.
    SII GENTILE. SEMPRE.
    Un bacio a te, donna intelligente e sensibile.
    Eli

  • Giulia |

    @eli
    grazie delle tue parole, cara eli
    qui sotto trovi, ma forse l’avrai già letto, il bellissimo ricordo che ha scritto cathy horyn sul new york times
    “she was made of a softer clay”…
    “Memories of a Friend, a Teacher and a Fighter”
    L’Wren Scott was beguiling to her friends, so I can’t imagine what strangers thought of her. There was her height: 6-foot-7 in heels, which made me (5-foot-7) feel like a shrimp.
    I remember sitting on a trunk backstage at Madison Square Garden, watching a parade of guests come to greet her boyfriend, Mick Jagger, at the start of the Rolling Stones’ Bigger Bang Tour, in 2005. There, after Ahmet Ertegun, were Mary-Kate and Ashley Olsen, then undergrads, and L’Wren beamed and swept down like Glinda the Good Witch to hug the girls.
    The gesture conveyed much, but mainly warmth and empathy. Despite her Amazonian height and courtesan-like glamour, L’Wren could rapidly close the distance to another human being. And this was especially true for the most insecure of humans: celebrities. You felt at ease and never overshadowed by her, or indeed her famous boyfriend.
    L’Wren was made of softer clay, to use a phrase of the late writer Lesley Blanch. The Olsens were then struggling for acceptance, as adults, as would-be designers, and L’Wren, who wasn’t big on group opinion, offered her encouragement. And this was while she was quietly starting her own label and facing the inevitable detractors.
    I took note of many things she said or did over the years that I knew her. She was a marvelous teacher, in a way; few people, outside of a French couture salon or a Hollywood costume shop, knew as many practical dressmaker tricks as she did, illusions that bolstered your confidence as they revealed (to me) fundamental lessons about dressing.
    Even if a woman didn’t relate to L’Wren’s style (and it was very specific style, based on her fairly old-fashioned aesthetic), I used to think she would have an empire if she could talk one-on-one with her customers. That’s no doubt a reason so many actresses stuck with L’Wren: Nicole Kidman, Ellen Barkin, Sarah Jessica Parker, Julianne Moore, Christina Hendricks. She was so well informed and prepared, and at the same time so funny and offhand about the fuss, that you naturally trusted her
    Continue reading the main story
    And she didn’t talk about her friends or clients. O.K., a little, but nothing that really mattered. This was something else I learned from L’Wren and admired in an increasingly blabbering world: she didn’t share. She had firm boundaries, and they applied equally to her relationships and confidences.
    Which is not say she didn’t give great girlfriend advice (“Dr. Scott is on the line,” she wrote in a text last fall), but she had enormous self-control (or self-respect?) when it came to her privacy. She once made reference to a husband in her past, maybe two husbands — I wasn’t sure. Anyhow, I knew not to pursue the matter.
    Our friendship had its roots in the mid 1990s, when she was working as a fashion coordinator for the Academy Awards and styling for the photographer Herb Ritts in Los Angeles, often for his work in Vanity Fair. We became better acquainted around 2000, when our mutual friend Ronnie Newhouse brought us together over lunch. L’Wren was then living between Los Angeles, where she had a home in Hollywood Hills, and London (or Paris), and, I think, already seeing Mick, although their romance wasn’t public.
    In later years, L’Wren spent more and more time in Europe until she and Mick finally settled into a large house in London and a Paris apartment with room for his children. She started her label in a much smaller Paris flat, on the Rue de Bellechasse, using a bedroom for a studio and holding small dinner parties during the collections in the front hall. I remember evenings with Hedi Slimane and François-Henri Pinault; many others, too.
    And in those days, her business really ran on a shoestring, with L’Wren and maybe two other women doing all the work. She had an incredible work ethic; if there was one thing that bound all her friends, wherever they were born, it was that. And there was no job she wasn’t willing to do herself, which became a problem as her company got bigger.
    Eventually, L’Wren sold her house in Los Angeles. I’ve been thinking a lot about that charming little house, with its funky walled garden and aura of silent-era Hollywood, in the days since her suicide. I visited the house only once — for an alfresco Thanksgiving dinner in 2006, with Mick, Charlie Watts, Ronnie and Jo Wood, and our friend the publicist Ina Treciokas, before the band played at Dodger Stadium — but I knew it represented her independence and everything she had built. She was a success in her relationship with Mick, I believe, because she maintained some of that independence, and for his part he truly welcomed her friends into their life and made us feel at home.
    But I can’t help thinking, now, that a huge part of L’Wren’s spirit, what gave her grit and endurance, remained in the West. And without it, maybe she was maybe was a little lost, a little less sure of herself.
    Like many small designers, she had problems managing her business: cash flow, finding the right managers, getting her goods out of Italian factories on schedule. Two years ago, our friendship was tested when, after hearing her troubles, I told her she should give herself a time limit to resolve matters or get out. Putting her health in jeopardy because of stress was not worth it, I told her.
    She didn’t like the advice. And true to form, she dug in. She got her house in order and struck a number of deals, including one last year with Banana Republic, that gave her new exposure. In late November, after a week or so with Mick in Natchez, Miss., where he is producing a James Brown biopic, she sent a text from London that said, in part, “mad day fitting AMAZING things!!”
    After my partner died in early February, L’Wren was the first to call and send a note. When we finally spoke, two weeks later, I was surprised to hear how run down and discouraged she sounded. She spoke of production problems, forcing her to cancel her fall show. Again, I urged her to put her health first.
    Besides, I told her: “You’re entrepreneurial — that’s your strength. You’ll have new ideas. Just give yourself a break now.”
    I sent her text on March 12, checking in. She didn’t reply, but that wasn’t unusual. I learned since her death that she was planning to close her business, with an announcement on Wednesday. Still, as painful as the decision must have been for her, I wouldn’t draw any conclusions from it about her state of mind. Nor should any credence be given to reports of a breakup with Mick. It’s rubbish.
    She was with friends on Sunday night, and, yes, they were deeply concerned about her, but, no, they didn’t think she would do something so desperate. Not L’Wren.
    Her death is inexplicable to me, and it makes me angry, too. Angry because it’s the loss of a vital, intelligent woman, and angry because, this once, I don’t want her to be a mystery to me.

  • eli |

    Grazie Giulia, per il tuo articolo colmo di rispetto e comprensione nei confronti di questa donna.
    Ho lavorato 7 anni per L’Wren, conosco la passione che metteva nel suo lavoro e conosco soprattutto la sua onestà, questa è una cosa che mi ha sempre colpito. Mi ha sempre colpito la grande responsabilità che dimostrava per i suoi collaboratori; non importava quanto difficile fosse il momento, chi lavorava per lei veniva sempre pagato; nel mondo odierno un comportamento retto come il suo non è così scontato.
    Il mondo della moda non è fatto solo di bei vestiti in una passerella, c’è un duro e molto spesso sofferto lavoro dietro le quinte, da parte di svariate persone e gli stilisti sono degni di grande rispetto e ammirazione.
    Per le persone che conoscevano L’Wren, è totalmente assurdo e impensabile immaginare che potesse compiere un gesto del genere…per esperienza personale so che potenzialmente chiunque può essere talmente sovraccarico mentalmente, da avere un attimo di black out…un attimo…è questa la cosa triste del suicidio…qualche attimo dopo non accadrebbe e di sicuro non accadrebbe a una donna tenace, meravigliosa e amante della vita come la signora L’Wren!
    Oh L’Wren…io spero che Tu
    occhi guizzanti e passo felino
    Veda e Oda.
    Eli

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